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Santillan e Dadashev, sul ring si continua a morire

Santillan e Dadashev, sul ring si continua a morire

TORONTO – Nei giorni scorsi due pugili – Hugo Alfredo Santillan, di 23 anni, e Maxim Dadashev di 28 – sono deceduti a causa dei colpi ricevuti durante i rispettivi match di boxe.

Per entrambi i giovani sono risultati fatali i pugni ricevuti al volto, che hanno provocato delle devastanti emorragie cerebrali a cui i medici non hanno potuto porre alcun rimedio.

Ma perché sul ring – alla soglia del 2020 – si continua a morire ? Ai primi anni del secolo scorso non era infrequente che un pugile lasciasse la propria vita tra le corde del ring, quando i match potevano durare addirittura due o tre ore ed il numero di round non aveva ancora un termine definito.

Gli incontri venivano decisi da knockout, che spesso sopraggiungevano per totale sfinimento di uno dei contendenti, magari stesi al tappeto anche una decina di volte prima che arrivasse il conteggio finale ed il KO.

Dalla fine degli anni ’20, quelli per intenderci di Jack Dempsey – feroce peso massimo e campione del mondo di categoria per quasi un decennio – il limite di un combattimento venne fissato alle 15 riprese per i professionisti a livello internazionale e di 12 round per i titoli nazionali. Ma le morti di diversi pugili, avvenute per i colpi subiti proprio a ridosso del termine dei match – tra la 13esima e la 15esima ed ultima ripresa – portarono, negli anni ’80, alla riduzione della durata dei combattimenti fissandola a 12 riprese.

Sarebbe però un errore pensare che il cervello di un boxeur subisca danni solamente durante un incontro: anche durante le estenuanti sedute di allenamento con gli sparring partner, un pugile può subire microtraumi al cervello che ne intaccheranno la naturale struttura, specie a livello vascolare.

Motivo per cui, negli ultimi trentanni, i pugili professionisti – in tutto il mondo – vengono sottoposti a periodici e sofisticati controlli attraverso tomografia assiale computerizzata o risonanze magnetiche che possano evidenziare possibili danni cerebrali rimasti nascosti a visite più superficiali.

In passato, infatti, , infatti, un knockout subito alcuni mesi prima diventa-va l’anticamera per una emorragia cerebrale e la conseguente morte del pugile che avveniva a seguito di un successivo e traumatico combattimento.

Se un motociclista professionista va incontro a decine di fratture e microfratture, durante la sua attività in pista, un pugile è sottoposto a centinaia di microtrauma cerebrali durante una lunga carriera.

Basti pensare al triste destino toccato forse al più grande pugile di tutti i tempi, quel Mohamed Ali che – alla soglia dei 40 anni – venne già colpito da u-na forma di Alzheimer provocata proprio dai terribili colpi a cui ilsuo cervello venne sottoposto negli anni di boxe, durante le terribili sfide con Joe Frazier, Ken Norton e George Foreman.

Sfide epiche, ma che costarono ad Ali un lungo calvario protrattosi per oltre trentanni, sino alla sua morte. Dal punto di vista me-dico è difatti provata una forma di demenza senile precoce, diagnosticata a diversi pugili, senza eccezione di categoria di peso alla quale appartenevano durante la loro carriera sul ring.

La stessa triste sorte – seppur con esiti in parte differenti – toccata al peso massimo canadese George Chuvalo, che proprio a Mohamed Ali resistette per ben 15 riprese, perdendo ai punti, ma che oggi subisce le conseguenze della sua lunga carriera sul ring.Se i dilettanti combattono con caschetto di protezione, i professionisti espongono il loro capo al-la violenza dei colpi subiti.

Se un guantone pesa 14/16 once – per i professionisti – ed un pugno possa viaggiare oltre i 50/60 chilometri orari, immaginate quale sia il peso e la forza, moltiplicata all’inverosimile, a cui viene sottoposto il cervello quando un colpo raggiunge il volto.

Il cervello “rimbalza” letteralmente all’interno della scatola cranica, provocando microtraumi sulla corteccia cerebrale esterna ed a volte – come purtroppo avvenuto nei giorni scorsi – anche la lacerazione di un vaso sanguigno e la conseguente fatale emorragia cerebrale.

E sul ring la morte non è toccata solo a pugili maschi, ma – in anni recenti – anche ad almeno tre donne e, pochi mesi fa, persino ad un bambino di soli 13 anni che combatteva con un coetaneo su di un ring in Thailandia.

Certo, il pugilato è forse una delle prime discipline sportive- insieme alla corsa ed alla lotta Greco-Romana – nate già durante i Giochi dell’antica Olimpia, in Grecia, oltre duemila anni fa. Ma, alla soglia del 2020, rischiare la propria vita sul ring vale davvero ancora la pena?

Giorgio Mitolo

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