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Quando non ci sarò più voglio essere una quercia

Quando non ci sarò più voglio essere una quercia

TORONTO – A volte è un argomento del quale preferiamo non parlare, se qualcuno apre il discorso tentiamo di sorvolare e passare ad altro, ma tutti siamo consapevoli che su questa terra siamo di passaggio.
L’unica certezza che tutti abbiamo al momento della nascita è che non saremo in vita per sempre, tutti e indistimeante arriveremo ad un punto finale, almeno fisicamente.
Affezionati o meno al nostro “contenitore”, cioè il nostro corpo, prima o poi ci chiederemo che fine farà. Riflettiamo su come vorremmo venga trattato o perlomeno “conservato”.
È sempre più frequente sentire di questi tempi il discorso sulla cremazione. Una pratica molto antica, che risale a millenni. In alcune culture asiatiche, come quella indiana, è la più comune.
Per curiosità notiamo che il più antico caso di cremazione risalirebbe addirittura a 20mila anni fa, tanto sono stati datati i resti della cremazione di un corpo umano rinvenuti nel lago Mungo, in Australia.
Analizzando l’aspetto religioso del cristiano, dapprima la cremazione era stata osteggiata – mai condannata – per evitare che la pratica si compiesse contro il principio della resurrezione del corpo e la sua riunione con l’anima, come ci insegna anche la dottrina cattolica e chiaramente professato nel Credo detto degli Apostoli. Ora la Chiesa ha cambiato le disposizioni dichiarando la pratica della cremazione altrettanto rispettosa, come l’inumazione o più comune sepoltura, anche se raccomanda la conservazione delle ceneri in un luogo appropriato come il cimitero e scoraggia invece la dispersione di esse.
Dal punto di vista logistico c’è anche da evidenziare che con l’espandersi dell’edizia abitativa, le città potrebbero scarseggiare di spazi adatti alla costruzione o l’ampliamento di cimiteri e allora si studiano le alternative.
Il designer Gerard Molinè, nel 1997, ha ideato una speciale urna biodegradabile che oltre alle ceneri del defunto contiene anche un seme di ciò che diventerà un albero. Il concetto è quello di trasformare la morte e restituire la vita attraverso la natura.
È di pochi giorni fa la notizia che proprio a Bologna, in Italia, sta per prendere il via la creazione di un’area verde, all’interno di un parco agricolo del comune emiliano, dove entro la fine dell’anno si realizzerà un progetto per dare “inizio all’unione tra ceneri e alberi” come spiega Domenico Perilli presidente dell’associazione Trees. Proposte analoghe sono state presentate anche in Australia e in California, ma quella italiana è la prima in assoluto nel Belpaese.  
La singolarità dell’iniziativa è che non verranno piantati nuovi alberi solo da associare alle ceneri di defuti e quindi alla morte, ma anche per i nuovi nati e quindi come simbolo di vita.
Domenico Perrilli riferisce entusiasta che sono numerose le adesioni alla sua associazione e comprendono cattolici e mussulmani, non solo individui distaccati da una religione o da un culto.
Segno di una cultura che sta cambiando? Eppure non è poi così lontano il decreto legge napoleonico emanato nel 1804, che stabiliva l’obbligo di porre le tombe all’esterno dell’abitato cittadino, con la realizzazione di cimiteri dove i sepolcri fossero tutti uguali e quindi per due motivazioni, una igienico-sanitaria e l’altra ideologica-politica.
Affidare la salma alla terra ha un valore simbolico. Ma nei cimiteri attualmente il terreno viene sfruttato per la costruzione di loculi e quindi il massimo utilizzo degli spazi. 
La morte è considerata come un sonno, e la resurrezione come un risveglio. La polvere,  ha un richiamo biblico: «Tornerai alla terra perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai» come si legge nel capitolo terzo del libro della Genesi al versetto numero 19. 
Diventare un albero sarà la scelta del futuro?
 
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