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Quando a Natale arrivavano gli zampognari

Quando a Natale arrivavano gli zampognari

TORONTO – Il Natale è una festa speciale, non possiamo negarlo, anche se oggi è molto diverso dalle feste più ricche di usanze e tradizioni di una volta. 
Qualcosa che forse i bambini di oggi non potranno vivere, a differenza di molti che come me contano ormai parecchi Natali, è la magia degli zampognari, che riempiva di un’atmosfera particolare e unica i giorni precedenti il 25 dicembre.
Io ricordo benissimo l’emozione che ci invadeva quando sentivamo quei suoni a volte striduli e forti, ma pieni di calore, di allegria, di sentimento che ci forzavano ad abbandonare ogni attività e per qualche minuto incantarci ad ascoltare le nenie natalizie che ci proponevano.
Poi si offrivano agli zampognari un bicchiere di vino e qualche soldino, mentre loro si avviavano per raggiungere altre case, altri volti, altri cuori.
Questa tradizione si è diffusa principalmente nelle regioni centro meridionali dell’Italia, nel periodo principalmente dell’Immacolata Concezione, quasi a metà Avvento. 
Pare che anche San Francesco abbia inserito nella prima rappresentazione vivente della Natività, una coppia di zampognari. Sempre almeno in due, quasi sempre vestiti con pantaloni neri e camicia bianca, comperti da un mantello scuro e con ai piedi le tipiche calzature dei contadini delle campagne romane, le ciocie.
I loro strumenti musicali, la zampogna e la ciaramella, hanno origini molto antiche. 
Addirittura la zampogna, da non confordersi con la cornamusa, potrebbe discendere dagli “auloi”, strumenti a fiato atavici della Grecia, realizzati in legno, canna, osso o avorio e affondare le sue radici anche nella legenda del dio Pan. Il sacco che lo zampognaro stringe tra il petto e le braccia è in pelle di capra o di pecora, ad esso sono collegate diverse canne, fino a quattro o cinque, due di esse per riprodurre le melodie, le altre dedite all’accompagnamento, producendo una sola nota fissa. Insieme alla zampogna c’è sempre la ciaramella o pipita.  Anche questo uno strumento a fiato che si rifà all’oboe. 
Strumenti tipici dei pastori, che accomodati gli animali al pascolo, passavano il tempo suonando melodie soavi e melanconiche.
Tipici in Lazio, Abruzzo, Molise, Campania e Basilicata, fino al tardo Novecento gli zampognari invadevano letteralmente le zone del Salento, nel sud della Puglia, riempendo il centro storico della città di musiche inconfondibili, colonna sonora della festa più attesa dell’anno, da grandi e piccini. 
Alla vigilia e durante il giorno di Natale, poi, si posizionavano davanti i sagrati delle chiese accogliendo i fedeli con i tipici canti del tempo.
La vita cambia, le tradizioni si abbandonano e anche gli zampognari sono quasi spariti. La festa si trasforma – ma dobbiamo ammettere – prendendo un’aspetto sempre più lontano dal vero significato. Se nelle nostre case si fa ancora il presepe, qualche zampognaro forse, si trova  tra le statuine, ma muti e silenziosi.
Quelli veri, con gli strumenti e le musiche inconfondibili, per noi rimangono preziosi nel bagaglio dei ricordi, a rammentarci quando il Natale non era l’occasione per un nuovo tablet o l’iphone all’ultima moda, ma era il periodo dove ci insegnavano ad essere più buoni, per meritarci dal Bambin Gesù quel dono semplice, tanto atteso, era il periodo quando scrivevamo su cartoncini luccicanti di porporina la letterina di Natale ai nostri genitori e poi, la mettevamo sotto il piatto sulla tavola nel giorno principale della festa.
Oggi purtroppo si tende a mettere da parte usanze e tradizioni, come appartenenti al passato, quando invece sono proprio esse a comporre quel tesoro culturale e quel patrimonio che arricchiscono un popolo. 
Speriamo che ci si rifletta un po’ e si riscoprano i veri valori, meno consumistici e più umani. Forse anche gli zampognari torneranno a suonare.
 
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