Nazionale azzurra
specchio di un calcio in crisi

di Francesco Veronesi del 3 June 2022

Col senno di poi, volgendo il nostro sguardo verso il recente passato, ci siamo resi conto che la vittoria agli Europei dello scorso anno non è stata solamente un’impresa, ma un vero e proprio miracolo calcistico. Perché questa nazionale non solo non merita di stare nell’Olimpo pallonaro, ma non può nemmeno lontanamente aspirare di arrivarci nell’immediato futuro.

I pareggi con la Bulgaria, la Svizzera, la sconfitta con la Macedonia del Nord e le tre sberle prese a Wembley contro l’Argentina ci restituiscono la giusta dimensione non solo del valore della nazionale azzurra, ma dell’intero sistema calcio del Belpaese con le sue mille contraddizioni, incongruenze e incoerenze.

Le radici della crisi sono profonde. Non siamo più in grado di produrre grandi giocatori. Senza andare troppo indietro nel tempo, fino a qualche anno fa i nostri settori giovanili sfornavano gente del calibro di Baggio, Totti, Del Piero, Zola, Baresi, Maldini, Vialli, Nesta, Cannavaro, Pirlo. Oggi dobbiamo accontentarci di Scamacca, Raspadori, Belotti, o Zerbin del Frosinone. Chi in passato faticava ad arrivare in azzurro - come Montella, Di Vaio o Enrico Chiesa - nella Nazionale attuale sarebbe la superstar.

Colti dalla disperazione, prima del clamoroso ko con i macedoni, ci lasciamo addirittura lasciati tentare dall’ipotesi assurda di richiamare nella rappresentativa maggiore un certo Mario Balotelli. Il ct Mancini, in questo psicodramma nazionale che si è concluso con la nostra esclusione dai Mondiali del Qatar, è stato costretto a ricorrere agli oriundi: ma non stiamo parlando - come avvenne in passato - di Lusito Monti, Omar Sivori, José Altafini o German Camoranesi, ma di Joao Pedro e Luiz Filipe.

Il divario con una delle squadre più forti del mondo, l’Argentina, è stato imbarazzante e ci ha ricordato come la strada della risalita sarà lunga e dolorosa.

Ma perché il movimento calcistico italiano non è più in grado di produrre campioni? Gli addetti ai lavori puntano il dito sul cambio epocale avvenuto già da una quindicina d’anni nei nostri settori giovanili. Ai bambini di 8-10 anni - dicono - vengono insegnate solo tre cose: tattica, tattica e poi tattica. A differenza di quello che si fa in Spagna o in Olanda, ad esempio, dove le tre cose che si insegnano e sulle quali si lavora sono tecnica, tecnica e poi tecnica.

Non si lavora più sui fondamentali, si ingabbia la fantasia, si pone invece l’accento sugli automatismi di reparto, sul posizionamento, sui movimenti collettivi. E ci si dimentica che per un bambino o per un ragazzino il calcio è per prima cosa divertimento. Invece di incoraggiare la creatività si lavora sul potenziamento muscolare, sulla teoria, sulla filosofia di gioco. Il risultato? Ci troviamo con una generazione di giovani giocatori già maturi dal punto di vista tattico ma mediocri dal punto di vista tecnico.

Hai voglia dire “in Serie A ci sono troppi stranieri, non si punta sui giovani, bisognerebbe investire sui vivai”. Davvero? Un Baggio, un Totti, un Del Piero non emergerebbero oggi, anche in una squadra piena zeppa di giocatori provenienti dall’estero? Il problema è che giocatori italiani di quel calibro è un bel pezzo che non ne vediamo.

I tre schiaffoni di Wembley, così come l’eliminazione con la Macedonia del Nord, potrebbero farci aprire gli occhi, farci tornare alla realtà dopo l’effimera illusione della scorsa estate. Ritornare alle origini, ripartire dai fondamentali, recuperare la nostra identità senza andare a scimmiottare quella degli altri. Se continuiamo a navigare a vista, dobbiamo prepararci a un lungo periodo di delusione azzurre.

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