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La festa del Ringraziamento, tra storia e realtà

La festa del Ringraziamento, tra storia e realtà

TORONTO – In un mondo dove ormai – materialmente parlando – non manca più niente, siamo troppo abituati a dare tutto per scontato.
Chi si preoccupa più che sulla mensa delle nostre case possa mancare del cibo? O che i frigoriferi siano vuoti? O che in tasca non si abbia il necessario per la spesa?
E l’abitudine ad avere tutto, spesso anche troppo, porta inevitabilmente a non considerare quanto sia prezioso il bene che abbiamo.
Non era così nel diciassettesimo secolo, quando nello stato americano del Massachussets l’allora governatore generale emise quest’ordine: “Tutti voi Pellegrini, con le vostre mogli e i vostri piccoli, radunatevi alla Casa delle Assemblee, sulla collina… per ascoltare lì il pastore e rendere Grazie a Dio Onnipotente per tutte le sue benedizioni”.
Nacque così il Giorno del Ringraziamento, festa di origine religiosa e poi secolare che si celebra negli Stati Uniti e in Canada. Feste simili si svolgono anche in Germania e in Giappone.
Per quanto il Thanksgiving sia stato oggetto di discussione da parte di due studiose americane se questa festa non rappresenti un’occasione in più per affermare la supremazia bianca sui nativi del luogo, la storia narra che furono proprio gli indigeni a insegnare a un gruppo composto dai Padri Pellegrini e da centodue pionieri la coltivazione del granoturco e l’allevamento dei tacchini, per evitare – com’era successo l’anno precedente – che morissero di stenti, a causa del territorio selvatico e inospitale, dove giunsero dall’Inghilterra. 
E così il tacchino diventò per quel giorno il re della tavola, anche se la sua sorte fu quella di finire nel forno, insieme ai prodotti vegetali di quella terra, tra i quali zucche e granoturco.
Diversi furono i proclami dedicati per l’occasione dai vari presidenti americani e nel 1941 il Congresso la proclamò festa secolare. In Canada il Thanksgiving rappresenta l’ultimo lunedì di festa – con cadenza quasi mensile – dell’anno, conosciuto come long weekend proprio perché ai due giorni festivi consueti si aggiunge il lunedì.
L’abbondanza delle nostre tavole, nel Giorno del Ringraziamento, è a volte esagerata, proprio perché oggi non è più come un tempo, quando si aspettava  una festa per apparecchiare con abbondanza. Il Giorno del Rigranziamento o della gratitudine può essere molto di più di un pranzo oltre misura.
Il Washington Post riporta le scoperte del ricercatore Robert Emmons dell’University of California, il quale ha compilato una lista di fattori benefici sulla mente e sul corpo causati dalla gratitudine consapevole.  Praticare gratitudine abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, del 23%, riduce del 7% i sintomi di infiammazione nei pazienti con insufficienza cardiaca, combatte la depressione, diminuisce la pressione sanguigna e migliora la qualità del sonno.  Secondo Assunta Corbo, autrice del libro Dire, Fare…Ringraziare, “chi vive in uno stato di gratitudine elimina completamente la tendenza alla lamentela che appartiene al genere umano per sua evoluzione naturale.  Si comprende che non si ha nulla per cui lamentarsi, quindi perdiamo il ruolo di vittime e diventiamo persone più ricche, non solo in senso materiale”.
Senza scadere nel moralismo facile e bigotto, bisognerebbe tornare a celebrare un’occasione di riflessione, a prescindere dal credo religioso, un giorno all’anno, per lo meno, in cui ci guardiamo d’intorno e ci rendiamo conto che Dio, la natura o chi vogliamo, ci propone tanto, ma noi troppo presi dalla vita frenetica, siamo spesso disattenti o ci dimentichiamo che non tutto ci è dovuto. E se un giorno, all’improvviso, ci ritrovassimo come quei centodue pionieri inglesi?
 
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