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Il Canto degli Italiani: tra storia e curiosità

Il Canto degli Italiani: tra storia e curiosità

TORONTO –  In un paese dove la provvisorietà sembra essere ormai il motore portante, qualcosa ha ottenuto il posto fisso. 
Ci sono voluti 71 anni, ma finalmente Fratelli d’Italia – non il movimento politico, ma l’Inno di Mameli – è diventato uffcialmente l’Inno della Repubblica Itaiana.
La legge è stata approvata solo la scorsa settimana dalla Commissione Affari costituzionali del Senato, nonostante per diverse legislature ci siano stati svariati tentativi. Settantuno anni, un record però che non ci fa tanto onore.
Cantato all’apertura delle manifestazioni sportive internazionali, chi non si emoziona quando, sul podio delle Olimpiadi o dei gran premi automobilistici, uno dei tre medagliati ha alle spalle il tricolore e canta l’Inno di Mameli? 
Al teatro Alla Scala di Milano, viene eseguito all’apertura annuale della stagione operistica.
A proposito di canto, ora è di dovere conoscere meglio la composizione che da quasi tre quarti di secolo ci identifica nel mondo, anche perché una legge, ancora giovane, nata nel 2012, obbliga che Fratelli d’Italia venga insegnato nelle scuole, con la motivazione di promuovere il senso di cittadinanza tra gli studenti. 
Sul significato di cittadinanza, poi, ci conviene oltrepassare, per non uscire fuori tema e innescare un’altra caccia alla ricerca e alla polemica.
Torniamo a Fratelli d’Italia. Fu l’allora Consiglio dei Ministri, con a capo Alcide De Gasperi che il 12 ottobre 1946 adottò provvisoriamente il brano composto da due genovesi nel 1847, testo di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro. 
Il canto fu molto popolare nel Risorgimento, al patriota Giuseppe Mazzini non piacque molto la musica di Novaro, la considerava poco marziale, tanto che dopo aver criticato anche il testo, chiese a Mameli di comporne uno nuovo e a Giuseppe Verdi di creare una nuova melodia. 
Nacque Suoni la tromba, però Mazzini non ne fu soddisfatto e il Canto degli Italiani risuonò per tutta l’epoca rinascimentale. 
Fu messo da parte dopo l’Unità d’Italia, preferendo la Marcia Reale, che era il brano ufficiale di Casa Savoia.
Grazie ai suoi riferimenti al patriottismo e alla lotta armata, l’Inno di Mameli tornò in auge durante la guerra italo-turca del 1911 e la Prima Guerra Mondiale del ‘15-‘18.
Dopo la marcia su Roma nel 1922, in piena era fascista, il brano fu di nuovo messo da parte per far spazio a Giovinezza, e all’Inno trionfale del Partito Nazionale Fascista.
Arriva purtroppo la Seconda Guerra Mondiale e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu La canzone del Piave a sostituire la Marcia Reale, visto che la monarchia era stata messa in discussione. Ma Fratelli d’Italia resisteva, cominciò a essere “ricantato” insieme ad altre canzoni risorgimentali e a guerra finita, nel 1945, il celebre maestro Arturo Toscanini diresse a Londra L’Inno delle nazioni, in cui è compreso anche il Canto degli Italiani.
Tanti furono gli antagonisti di Fratelli d’Italia, dal Va’ pensiero di Verdi, all’Inno di Garibaldi alla Canzone del Piave, ma la composizione di Mameli e Novaro ha avuto sempre la meglio.
Sarà per le emozioni che esso suscita, neanche diversi sondaggi tra i cittadini italiani sono riusciti a bocciarlo definitivamente, una resistenza esemplare in una precarietà di 71 anni.
Uno dei presidenti della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi, ebbe a dire a proposito: “È un inno che, quando lo ascolti sull’attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni”.
Ricco di riferimenti storici, il Canto degli Italiani è composto da sei strofe e un ritornello. 
Il reboante “Sì!” aggiunto da Novaro al ritornello cantato dopo l’ultima strofa allude invece al giuramento, da parte del popolo italiano, di battersi fino alla morte pur di ottenere la liberazione del suolo nazionale dallo straniero e l’unificazione del Paese. 
Accusato di richiami alla lotta armata e alla Patria, di essere un brano arcaico con caratteristiche di destra, intesa come ala politica, oggetto di disinteresse e di revisione per un testo più moderno, fu giudicato addirittura anche troppo maschilista, ma oggi è definitivamente l’Inno Ufficiale della Repubblica Italiana, con tanto di decreto legge.
 
 
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