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Giuseppe Verdi immortale a due secoli dalla nascita

Giuseppe Verdi immortale a due secoli dalla nascita

TORONTO –  Più di duecento anni fa, nel 1813, a metà ottobre, era proprio il 9 o il 10, nasceva Giuseppe Verdi.
Nome e cognome tra i più inflazionati insieme ad Antonio Rossi, o Mario Bianchi… se non fosse stato che il nostro italianissimo Giuseppe Verdi di Roncole di Busseto è un genio indiscusso della musica, il più grande compositore di melodrammi, e non solo.
Nacque in una nebbiosa e grigia giornata di ottobre, al piano superiore di una umile osteria gestita dai genitori, dove al di fuori, sostava sempre un mendicante con un violino che lo appassionò sin dalla sua più tenera età.
Cominciò infatti a studiare musica a soli sei anni e il papà si sacrificò per comprargli la prima spinetta. Il suo talento non esitò a manifestarsi, tanto che il suo insegnante di musica, don Pietro Baistrocchi, lo avviò gratuitamente alla pratica dell’organo e del pianoforte.
Nel tentativo di scrivere un’autobiografia per l’editore Giulio Ricordi, lo stesso Verdi ebbe a dire: “Dai tredici ai diciotto anni ho scritto un vasto assortimento di pezzi, marce per banda, alcune sinfonie utilizzate in chiesa, nei teatri e ai concerti, cinque o sei concerti e alcune variazioni per pianoforte, che io stesso ho suonato in molti concerti, serenate, cantate e vari pezzi di musica sacra”.
Il suo destino fu proprio bizzarro, e tale si dimostrò per tutta la sua vita, accanendosi terribilmente contro il grande compositore.
Quando a diciotto anni tentò l’ammissione al Conservatorio di Milano, non venne preso. 
La motivazione scritta nel verbale attestava che la posizione della mano del candidato era errata e sarebbe stato difficile modificarla a un’età già così adulta. Ma Verdi la musica l’aveva in testa e nel sangue, prima ancora che nelle mani.
Continuò a studiare e a impartire lezioni private di musica e di canto, come fece con Margherita Barezzi che poi divenne sua moglie e madre dei suoi due figli. 
Non solo, ma il suocero fu anche il suo più grande benefattore, grazie a lui aveva potuto studiare privatamente a Milano.
I primi anni di carriera non furono brillanti. La sua prima opera, “Oberto conte di San Bonifacio”, ebbe un discreto successo, ma di nuovo il destino lo colpisce violentemente: i due figlioletti vennero a mancare nel giro di un anno mezzo, entrambi in tenerissima età. 
E mentre con fatica, qualche mese dopo, il compositore lavorava alla sua seconda opera, “Un giorno di regno”, anche la sua adorata moglie morì. 
La nuova opera fu un grosso fiasco e fece precipitare nello sconforto completo il povero Verdi, già colpito da tante tragedie. “Il cigno di Busseto”, come in seguito verrà appellato, decise di chiudere definitivamente con la musica. 
Preso dalla disperazione, colpì, con un gesto di mano, il libretto di una nuova opera propostagli. Questo finì sul pavimento e si aprì alla pagina dei versi “Va’ pensiero sull’ali dorate…”. Verdi rimase scosso da quel testo, che poi altro non è che la parafrasi del Salmo biblico n. 137. 
Impiegò diciotto mesi per completare tutta l’opera, “Nabucco”, che andò in scena al Teatro alla Scala con un successo triofale.
Nei tre anni successivi l’opera fu rappresentata in tutto il mondo: Vienna, Berlino, Barcellona, Lisbona, Parigi, fino a New York e Buenos Aires. 
“Il cigno di Busseto” ricominciò a volare. “Dal Nabucco in poi non ho avuto, si può dire, un’ora di quiete. Sedici anni di galera”, affermerà lo stesso Verdi, imprigionato, trascinato, sedotto dalla sua musica.
Videro la luce opere come “I Lombardi alla prima crociata”, “La battaglia di Legnano”, “Giovanna d’Arco”, “Ernani”, “Macbeth” per citarne alcune, il talento di Giuseppe Verdi era irrefrenabile, più di un fiume in piena, uno tzunami diremmo oggi. 
E poi fu il momento della cosidetta “trilogia popolare” composta da “Rigoletto”, “Il trovatore” e “La Traviata”. Seguirono “Un ballo in maschera”, “La forza del destino”, l’“Otello”. La produzione operistica del grande Verdi non ha eguali. 
Per l’innaugurazione del Canale di Suez gli fu commissionato un capolavoro unico nella storia del melodramma,  “Aida”, e la sua mano, risultata difettosa ai maestri del conservatorio di Milano, che lo bocciarono all’esame di ammissione, si fermò alle grandi composizioni solo all’età di ottantaquattro anni, quando musicò l’opera buffa “Falstaff”. 
Sono trentadue solo le opere liriche composte da Giuseppe Verdi, che venne a mancare  a Milano, nel compianto dei suoi tanti ammiratori, il 27 gennaio 1901, ed è sepolto nella Casa di Riposo dei Musicisti, da lui fondata nella città scaligera. 
Le strade della città furono cosparse di paglia affichè gli zoccoli dei cavalli e le ruote delle carrozze, passando sui ciottoli, non facessero rumore a disturbare le ultime ore di vita del grande maestro.
C’è un altro Verdi, non operistico, ma politico, storico e patriottico che conosceremo in un’altra occasione. Per ora fermiamoci a considerare che grazie alle sue innumerevoli composizioni, oggi, dopo due secoli e più dalla sua nascita, possiamo ancora godere della creatività geniale di un grande figlio della musica, grazie alla quale rimarrà immortale. 
 
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