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Ciao: un saluto scontato, un grande impegno

Ciao: un saluto scontato, un grande impegno

 TORONTO – A pochi mesi dalla nascita, dopo aver tentato di riprodurre le prime sillabe di ma-ma o pa-pa, a tutti viene insegnato un gesto con la mano che più tardi accompagneremo con una parolina: ciao.

Lo facciamo subito nostro, lo ripetiamo tutta la vita, è il saluto familiare che riserviamo a chi ci è più vicino, a chi ci offre la propria confidenza, a chi vogliamo far sentire prossimo alla nostra protezione, alla nostra fiducia.
Quando usciamo dal formalismo, eliminando le distanze, o quando non siamo costretti dalle circostanze a usare termini più ossequiosi, bastano quattro lettere per accogliere o congedarci da chi è con noi. Un ciao e un piccolo gesto di mano.
Se solo sapessimo invece quanto impegno si nasconde dietro quel semplice saluto.
Il saluto “ciao” deriva da un antico saluto veneziano, “s’ciavo”, cioè “schiavo” (sottinteso: vostro), con il quale si esprimeva riguardo. Da “s’ciavo” a “s’ciao” a “ciao” il passo è breve.
L’espressione “schiavo vostro” o “servo vostro”, comune secoli fa, si ritrova, tra l’altro, nelle commedie di Goldoni  e nella formula germanica di cortesia “servus”, che significa la stessa cosa.
“Schiavo vostro” o “servo vostro” significa che ci mettiamo a completa disposizione di chi abbiamo davanti. Una condiscendenza, un legame con l’altro per il quale siamo obbligati a tutto. La nostra unica responsabilità è quella di prenderci cura del suo mondo,  senza preoccuparci di altro. Lo schiavo è sinonimo di sottomissione, molto più della dedicazione a qualcuno.
Gli antichi romani usavano la parola “servus” dal verbo “servio” che significava due cose: “faccio il servo” e “sono schiavo”. Questa seconda accezione comportava uno stato giuridico, l’appartenenza a qualcuno. Il “servus” era una condizione sociale e chi vi faceva parte restava comunque un cittadino romano. Lo schiavo invece apparteneva al proprietario, che poteva acquistarlo o venderlo. Il motivo per cui si diventava schiavo era o perché debitore insolvente o perché catturato in guerra.
L’amore poi fece passare il termine schiavo a chi dedicasse completamente il suo cuore a una donna, all’innamorato, al cicisbeo, tanto che a Venezia, i più appassionati amanti si dichiaravano “schiavi” della dama. E poiché lo dicevano in veneziano stretto, ecco che la parola “schiavo” si trasforma in “s’ciavo” e poi in “ciao”.
La differenza però sta nel fatto che, nel salutare con il “ciao”, noi stessi scegliamo di metterci a servizio, non c’è costrizione, obbligo, ma la consapevolezza di mettere da parte noi stessi per l’altro.
Oggi, anche chi non è di madre lingua italiana saluta con il ciao, soprattutto se ha avuto,  in qualche modo, vicininanza con chi usa questa parola abitualmente, ma sono certa, non ne conosce il significato alla lettera.
Tante sono le forme di saluto nelle molteplici lingue, ma una parolina così corta e così intensa di significato la possediamo solo noi italiani. Ciao. Il saluto più semplice, più informale, che però, tutto considerato, racchiuderebbe un grande impegno. 
E là dove non potremmo esprimerci vocalmente, ci basta alzare la mano e agitare un po’ il palmo, può significare solo una cosa: ciao.
 
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