CorrCan Media Group

Dal Comandante al Maestro, sfida con mille incognite

Dal Comandante al Maestro, sfida con mille incognite

Dal Comandante al Maestro, sfida con mille incognite

TORONTO – Rivoluzione in casa bianconera. L’eliminazione dalla Champions League è costata la panchina a Maurizio Sarri e al suo posto è stato chiamato Andrea Pirlo, che solo poche settimane fa era diventato l’allenatore della Juve Under 23 senza aver avuto nessuna esperienza come allenatore in squadre professionistiche. La svolta, dopo il capitombolo con il Lione, è stata decisa direttamente dal presidente Andrea Agnelli, che ha posto la parola fine a un rapporto – quello con Sarri – che non era mai veramente sbocciato.

Il Comandante era stato portato a Torino con un duplice obiettivo: centrare determinati risultati e alzare l’asticella della qualità del gioco, dopo i cinque anni di Max Allegri. I risultati della prima e unica stagione juventina di Sarri sono stati in chiaroscuro. È stato raggiunto quello che veniva considerato il minimo sindacale, lo Scudetto, seppur con mille patimenti e grazie anche al tracollo della Lazio nelle ultime partite di campionato. Ma tutti gli altri obiettivi sono stati mancati, dalla Supercoppa alla Coppa Italia, con l’evidente passo indietro nella fase difensiva – dal bunker allegriano si è passati ai 43 gol subiti in campionato – le difficoltà a centrocampo e il funzionamento a singhiozzo dei grandi solisti in avanti.

A livello di gioco, sono davvero poche le partite memorabili della Juve di Sarri, a volte addirittura è parsa evidente un’involuzione rispetto a quella targata Allegri, che già dal punto di vista estetico lasciava parecchio a desiderare.

Ma a far traboccare il vaso è stata l’eliminazione dalla Champions, per mano di un Lione che in Francia è arrivato settimo in classifica. Nel progetto di Agnelli la Juve doveva – e deve – arrivare ai vertici europei e giocarsela con le grandi: l’arrivo di Ronaldo, quindi quello di De Ligt sono i chiari segnali di come il presidente voglia puntare in alto.

Certo, ci sono delle attenuanti per Sarri. Nel bene e nel male è riuscito a vincere un campionato complicatissimo, con la pausa di mesi provocata dalla pandemia e con il conseguente tour de force di 12 giornate condensate in un mese e mezzo.

Senza dimenticare che Sarri è uno dei profeti del calcio posizionale alla Guardiola, alla Klopp, una filosofia calcistica che per essere digerita e metabolizzata dai giocatori necessita impegno, sacrificio e soprattutto tempi lunghi, dove il “tutto e subito” non è possibile. Sarri così si è adattato nel ruolo di allenatore “gestore” alla Allegri, mostrando tutti i suoi limiti, con un calcio lontano anni luce da quello che abbiamo ammirato a Napoli.

Sarri probabilmente avrebbe fatto molto meglio nella sua seconda stagione, con i veterani maggiormente a loro agio con gli schemi sarriani e con un mercato mirato con due-tre elementi chiave capaci di dare efficacia al suo gioco (uno su tutti, il centrocampista Jorginho, suo adepto già al Napoli e al Chelsea).

L’arrivo di Pirlo è un salto nel buio, una sfida folle e affascinante a metà strada tra l’incoscienza pura e il colpo di genio. Perché il Maestro di pallone ne mastica. Nei panni di direttore d’orchestra del centrocampo del Milan, della Nazionale o della Juve Pirlo vedeva calcio dove gli altri non vedevano nulla.

Le sue invenzioni, le sue trovate, la sua creatività erano di una bellezza estetica unica e di una tremenda efficacia. Se riuscisse a tradurre quella genialità che mostrava in campo anche nella panchina, la Juve avrebbe fatto davvero un gran colpo.

Ma ci sono molte, forse troppe incognite. Perché il mestiere dell’allenatore è maledettamente difficile, e si sbaglia parecchio, e molto spesso con l’esperienza si impara a sbagliare di meno, a non ripetere gli stessi errori. E Pirlo quella esperienza non ce l’ha: nel suo percorso di crescita avrebbe dovuto farsi le ossa in Serie C con la Juve Under 23, per poi magari arrivare alla panca della prima squadra in due o tre anni.

Di precedenti, d’altronde, non ce ne sono tanti. Qualcuno ha fatto il parallelo con Zidane: in realtà Zizou, quando arrivo sulla panchina del Real nel 2016 dopo l’esonero di Benitez, aveva alle spalle due anni e mezzo di esperienza come allenatore del Real B, Real Madrid Castilla. Anche Guardiola fece una lunga trafila nelle giovanili canterane prima di approdare sulla panchina del Barcellona.

Viene in mente Ciro Ferrara, allenatore juventino nella disastrosa stagione 2009-2010 culminato con l’esonero e l’arrivo di Alberto Zaccheroni. Ma anche in questo caso, Ferrara si era fatto anni di Nazionale come braccio destro di Marcello Lippi: era il suo vice quando l’Italia trionfò ai mondiali tedeschi del 2006.

In definitiva, però, il destino di Pirlo sarà segnato anche dal tipo di mercato che farà Paratici. Perché al di là dell’allenatore, a livello di rosa esiste ancora un evidente gap tra la Juve e le grandi del calcio europeo, soprattutto a centrocampo. Ed è lì che Pirlo dovrà lavorare a fondo, per colmare quel vuoto venutosi a creare proprio con il suo addio alla Juve nel 2015.