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320 anni portati bene e in grande forma

320 anni portati bene e in grande forma

TORONTO – Quanta magia su quella fila di tasti bianchi e neri.
Saranno pochi quelli che per gioco, per curiosità, prima o poi nella vita non sono stati tentati a far saltellare le proprie dita davanti ad una tastiera, per avvertire suoni gravi o acuti e provare l'emozione di aver poggiato almeno una volta le mani su un pianoforte.
Di tutto ciò dobbiamo ringraziare un italiano, Bartolomeo Cristofori, di origini padovane, ma a servizio presso la corte fiorentina di Cosimo III de' Medici, come “conservatore degli strumenti musicali”.
Fu lui che creò un'azione meccanica innovativa: dei martelletti che colpivano le corde, a differenza di quanto accadeva nell'arpicordo – antenato del pianoforte – dove invece le corde venivano pizzicate. In questo modo, si riusciva a dare una certa espressività al suono, moderandone l'intensità in base alla pressione che si esercitava sui tasti. Più forte o più dolce, in base al tocco che lo strumentista decideva di usare.
Si dovettero attendere ben ventisette anni prima che una ditta tedesca si interessasse alla novità di Cristofori e nel 1726 ne ricostruì una copia con le sue innovazioni, sottoponendola al parere di Joan Sebastian Bach. In un primo momento, il musicista e compositore non restò particolarmente entusiasta. 
Fino a quando nel 1732 non si iniziò a comporre musica specificatamente adatta al nuovo strumento, che ne avviò la carriera sia da solista che parte di orchestra.
Diversi esperti ne perfezionarono la struttura armonica e nel 1800 iniziò la grande produzione di esemplari. 
I più eleganti sono quelli a coda, ma tra il 1735 e il 1945 si tentò una prima realizzazione del pianoforte verticale, ancora per l'estro di un italiano, Domenico Della Mela. 
Tra le scuole di pensiero nella costruzione spicca quella viennese che regalò fama alla famiglia dei Cresci, unici realizzatori italiani di questo strumento, all'epoca poco diffuso per l'alto costo e accessibile solo alle corti reali, ai palazzi governativi e alle famiglie benestanti.
Da allora le tecniche di perfezionamento si sono rincorse, fino a creare uno strumento che ha attirato l'attenzione anche in Oriente. 
Oggi rinomati sono quelli delle ditte giapponesi come la Yamaha e Kawai, ottimi anche quelli coreani e non disdegnati i cinesi, seppure i grandi nomi rimangono quello americano della Steinway, delle tedesche Bechstein e Bluthner e dell'austriaca Bosendorfer.
Una decina di anni fa, durante un'asta telefonica il pianoforte più costoso al mondo, uno Steinway del 1884, fu venduto per 716500 mila sterline, quasi un milione e 265 mila dollari canadesi.
Il pianoforte è stato acquistato dallo ''Sterling and Francine Clark Art Institute'' di Williamstown, nel Massachusetts.
Da Mozart a Beethoven, da Schubert a Chopin, fino ai più moderni Debussy e Rachmaninov, sono infiniti i brani scritti per l'esecuzione su uno strumento completo e complesso come il pianoforte. 88 tasti, 52 bianchi e 36 neri regalano melodie immortali che esaltano lo spirito di chi esegue e di chi ascolta. 
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