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Drammaturghi: provato talento in cerca di riconoscimento… per gli altri

Drammaturghi: provato talento in cerca di riconoscimento… per gli altri

Nella foto: Prof. Anna Migliarisi, Ph.D.
 
TORONTO – Siete sceneggiatori, direttori di scena, registi, ricercatori, attori, film-maker, drammaturghi, comici, artisti? Io no. Grazie alla professoressa Anna Migliarisi, del dipartimento di Studi Italiani dell’U of T, ho avuto l’occasione di incontrarne di davvero bravi durante un seminario lo scorso 26 ottobre.
La professoressa ha moderato un dibattito sulle sfide che affrontano artisti del settore creativo di teatro, film e video “non-mainstream” nell’accedere a risorse e spettatori. 
Avrebbe potuto trattarsi di qualunque “gruppo etnico” di canadesi, o proprio di artisti canadesi pre-Canada Council for the Arts, il Canada Media Fund o la pletora di comitati federali/provinciali/locali benefattori delle arti. Questo era sui drammaturghi italocanadesi.
Ce n’è, come si suol dire, abbastanza per tutti. La prof. Migliarisi ha citato almeno 90 individui che  hanno prodotto più di 300 opere degne di essere pubblicate e rappresentate, ma praticamente inesistenti sui libri che raccontano e antologizzano la storia del teatro canadese.
 
È come se loro, noi, non esistessimo, o non facessimo parte del racconto che definisce il Canada come Paese o cultura. È quasi come se il duopolio culturale che controlla il “nutrimento del cuore e dell’anima della condizione canadese” stesse deliberatamente soffocando o spegnendo le scintille di creatività che contribuiscono alla sua definizione.
Eppure essi esistono, no, prosperano, resistendo allo stress causato dalla mancanza di risorse (benefattori, sostenitori, imprenditori che corrono rischi) e di “palcoscenici” dove le produzioni possano essere realizzate con frequenza e consistenza in modo da premiarne il merito.
Purtroppo troppo spesso ridotti a mera “nota a margine”, parafrasando la drammaturga e attrice di Montreal Michaela Di Cesare, autrice dell’acclamata opera Women as a Footnote. O relegati a “recitare il ruolo” della “immagine stereotipata che la gente ha di te”, ha commentato l’attore Bobby Del Rio, o a proiettare una “versione esorcizzata di noi stessi”.
D’altra parte, “io non sono etnico”, ha ribattuto Frank Canino, direttore di scena, “ho scritto più di 20 opere, molte delle quali andate in scena, alcune con successo”, ma la nostra prospettiva sulla “condizione umana” non è ben rappresentata nella storia canadese. Praticamente non ci sono soldi per le produzioni.
È costoso mettere in scena le opere, andare in tour e servirsi di mezzi e strutture per costruire un curriculum di “successi”, senza il quale gli artisti incontrano una “riluttanza” al sostegno anche da parte della loro base naturale, nella classe imprenditoriale o filantropica italocanadese, ha osservato la drammaturga Toni Ellwand.
Osservazione ripresa da un’altra documentarista, studiosa, ricercatrice e commentatrice di Montreal, Anita Aloisio, autrice dell’acclamato Children of Bill 101. Gli artisti sono costretti a passare più tempo a chiedere soldi che a creare, informare e intrattenere, ha sottolineato; in più, come Toni Ellwand, devono mettere cibo in tavola sia per loro che per le loro famiglie.
Anche il genere “atipico” della stand up comedy ha difficoltà ad accedere alle risosrse necessarie a preparare, provare, rifinire ed eseguire materiale davanti al pubblico. 
Non ci sono disposizioni o criteri per quanto riguarda formule di finanziamento che si applichino a quello che faccio, specialmente nella categoria dei “benefattori”, ha detto l’attrice comica Sandra Battaglini di Sault Ste Marie.
Le critiche sono tramutate in denuncia vera e propria dei “colpevoli”, per azione od omissione, identificati dai veterani Nick Mancuso e Tony Nardi.
Per Mancuso, i cui successi internazionali da attore gli permettono di avere una “prospettiva più indipendente”, le agenzie di finanziamento governative promuovono una falsa adesione di facciata alle arti – la loro funzione è prevalentemente quella di fare pubblicità al governo.
Nardi, anch’egli drammaturgo e attore di successo, leggermente più diplomatico, ma non meno diretto, ha espresso il suo dispiacere nel vedere il “settore creativo” costantemente far fronte alle risposte parsimoniose di chi ha più soldi di quanti ne può sprecare.
Sfortunatamente, ha sottolineato in modo concreto, non esiste nella comunità un’organizzazione “a cui rivolgersi” per finanziamenti o per fare pressioni per averne a nome dei loro figli. Questi sono orfani, se si dedicano all’arte di raccontare o dare forma alla storia che sta diventando il Canada.
Il gruppo ha citato per nome solo due organizzazioni, il Congresso nazionale degli Italocanadesi e Villa Charities. La loro assenza, e la devozione dei loro dirigenti a precedenti progetti politico-economici e a obiettivi personali, suggerisce che sono moribondi o mummificati.
I professori Anna Migliarisi e Domenico Pietropaolo ci hanno preso nelle loro conclusioni: il dibattito non è che un primo passo. Prima bisogna ammettere che c’è un problema/vuoto, poi valutare le sfide e le opzioni di soluzione. In terzo luogo, indagare su come promuovere la creatività e trovare alleati per raggiungere risultati.
 
Il Corriere Canadese aspetterà la prossima chiamata.   
 

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