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Wexit: cresce il malcontento nell’Ovest del Canada

Wexit: cresce il malcontento nell’Ovest del Canada

TORONTO – Le elezioni 2019 hanno certificato che in Canada non esiste solamente una spaccatura politica, ma anche geografica.

Mentre il Partito liberale ha vinto le elezioni per la netta supremazia in termini di seggi in Ontario nel Quebec e nelle Province Atlantiche, l’intero Ovest ha voltato le spalle a Justin Trudeau: su un totale di 62 seggi a disposizione i liberali hanno eletto zero deputati in Alberta e Saskatchewan, mentre in Manitoba il drappello di parlamentari si è ridotto ad appena 4.

Il responso elettorale è un sintomo di un malcontento strisciante non solo verso il Partito Liberale, ma più in generale nei confronti di un sistema che penalizzerebbe le province dell’Ovest rispetto alle altre.

Portavoce di questo malessere sociale e politico è diventato il premier dell’Alberta Jason Kenney, che potrebbe usare questa tendenza come trampolino di lancio per una sua ipotetica candidatura alla leadership del Partito Conservatore, nel caso in cui dovesse crescere la sfiducia verso l’attuale leader Andrew Scheer.

Ma fino a che punto è radicato questo senso di disagio nel profondo Ovest del Canada? E siamo davvero di fronte a un rischio Wexit, cioè a una “Brexit alla canadese” con le province dell’Ovest pronte alla secessione? La Ipsos ha pubblicato un sondaggio ieri per dare una risposta concreta a queste domande e i risultati sono davvero preoccupanti.

Il 52 per cento degli intervistati in Alberta dichiara di sentirsi più legato alla propria provincia che al Canada, sentimento condiviso dal 48 per cento del campione in Saksatchewan e dal 45 per cento in British Columbia.

Alla domanda specifica sui vantaggi dell’ipotetica separazione l’Alberta è risultata essere la provincia più incline al secessionismo, distaccando pure il Quebec, con il 33 per cento degli intervistati orientati al distacco netto dal resto del Canada.

Molto alta anche la percentuale in Saskatchewan. In generale, il 59 per cento dei canadesi ritiene che il nostro Paese sia più diviso che mai.

In un periodo in cui l’istanza separatista sembra perdere forza in Quebec, l’Alberta sta così diventando l’epicentro di una rinnovata spinta a cui non basta solamente la richiesta di maggiore autonomia, ma che flirta pericolosamente con l’idea di una netta separazione dal resto del Paese.

Non è un caso, all’interno di questo contesto, che non più tardi di lunedì sia stata depositata negli uffici di Elections Canada la richiesta del riconoscimento di status di partito politico da parte di Wexit Canada.

Una domanda questa presentata dal leader del raggruppamento Peter Downing, accompagnata da 543 firme autenticate.

Per ora siamo di fronte a un fenomeno politico marginale, ma da tenere d’occhio nell’immediato futuro. D’altro canto la piattaforma programmatica di Wexit Canada non lascia troppo spazio a interpretazioni.

“Vogliamo ripetere nel Canada dell’Ovest – ha dichiarato Downing – quello che ha fatto il Bloc Quebecois in Quebec”. L’obiettivo ultimo è quello della secessione, attraverso magari un percorso che porti a una maggiore autonomia politica ed economica dai centri di potere di Ottawa.

In passato il malcontento politico in Alberta si è manifestato in numerosi occasioni, prendendo strade diverse. Di recente il malessere dell’elettorato ha premiato il Wildrose Party, formazione di estrema destra che, con Danielle Smith prima e Brian Jean poi, ha conquistato rispettivamente 17 e 21 seggi alle elezioni politiche provinciali del 2012 e del 2015, prima di dissolversi nell’unione con i conservatori nello United Conservative Party di Jason Kenney.

In questo caso la carica anti politica e anti sistema è stata riassorbita all’interno del percorso parlamentare, ma non sono state affrontate in modo significativo le ragioni sociali ed economiche che hanno portato all’exploit dello stesso Wildrose.

Il bisogno di voltare pagina e di avviare una nuova stagione politica in Alberta ha prodotto la clamorosa vittoria alle elezioni provinciali del 2015 dell’Ndp guidato da Rachel Notley: un successo effimero, durato appena una legislatura, dopo la quale l’elettorato è tornato a votare a destra.

In questo contesto, Kenney continua a recitare un ruolo volutamente ambiguo, di “lotta e di governo”, per tenersi aperte tutte le possibili opzioni e, allo stesso tempo, per non spegnere la fiamma del malcontento popolare.

Nei mesi scorsi ha attaccato a muso duro l’esecutivo liberale, ha portato il governo in tribunale – come Doug Ford – sulla carbon tax ma allo stesso tempo ha continuato a fare pressioni su Trudeau per la costruzione degli oleodotti, e su questo fronte ha trovato un insperato alleato.

Sempre percorrendo questo doppio binario, il premier dell’Alberta ha condannato l’idea della secessione, definendola “irrazionale e pericolosa”, ma allo stesso tempo sta pianificando un referendum popolare sul fronte del meccanismo di equalizzazione (che stabilisce quanti soldi le province devono dare al governo federale e quanto devono ricevere) e sta per creare una commissione di esperti che dovranno discutere e produrre raccomandazioni sul ruolo dell’Alberta all’interno della confederazione canadese.

Insomma, tutte dinamiche facilmente comprensibili, che però potrebbero produrre delle conseguenze pericolose. Perché quando c’è un incendio bisogna fare tutto il possibile per spegnerlo senza perdere tempo, invece di vedere che direzione prenderanno le fiamme. Diventa un esercizio rischioso, di cui si può perdere il controllo.

Il rischio Wexit per ora è remoto. Così come era remoto il rischio Brexit per il premier Gordon Cameron quando nel 2013 decise di concedere il referendum tre anni dopo proprio perché era sicurissimo di vincerlo. Poi, sappiamo tutti come è andata finire.

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