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Una Nazione divisa, tra boom affluenza e lo zoccolo duro trumpiano che non molla 

Una Nazione divisa, tra boom affluenza e lo zoccolo duro trumpiano che non molla 

Una Nazione divisa, tra boom affluenza e lo zoccolo duro trumpiano che non molla 

TORONTO – Terminata la conta delle schede elettorali avremo molto probabilmente il lieto fine. Il peso schiacciante dei voti inviati via posta – per la stragrande maggioranza a favore di Joe Biden – farà la differenza negli ultimi Stati rimasti in ballo

Certo, prima della proclamazione ufficiale dovremo aspettare la fine dello spoglio di tutti i voti e il probabile strascico legale minacciato da Donald Trump e dalla sua campagna, con il possibile ricorso alla Corte Suprema.

Eppure in questa fase, quando ancora il peso dell’incertezza nel voto americano non ci permette di effettuare un’analisi complessiva di queste elezioni presidenziali, possiamo evidenziare alcune elementi che prescindono dall’esito finale.

Il primo, evidente, è l’ennesima Caporetto dei sondaggi e delle previsioni della vigilia. Perché stando a quanto predetto dai guru della statistica e dagli analisti politici di mezzo mondo, queste presidenziali 2020 dovevano concretizzarsi con una valanga di voti a favore di Biden e una netta vittoria del candidato democratico. Non è andata proprio così.

Trump è stato in grado di mobilitare la base repubblicano e anche una sostanziale fetta di indipendenti. Nel 2016 il tycoon newyorchese vinse contro Hillary Clinton senza raggiungere la maggioranza nel voto popolare: per lui votarono 62.984.828 elettori, contro i 65.853.514 che invece appoggiarono l’ex First Lady.

In queste elezioni l’inquilino della Casa Bianca è stato in grado di aumentare il suo consenso: a questo punto, quando ancora ci sono in ballo molti voti da scrutinare, è abbondantemente sopra i 67 milioni di preferenze.

Il sostegno trumpiano dilaga nell’America rurale, quella lontana anni luce dagli States cittadini. Due mondi, due universi lontani anni luce.

Dopo quattro anni di gaffes, scandali, accuse e veleni alla Casa Bianca, dopo una gestione catastrofica dell’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia di Covid-19, una sostanziale metà degli americani ha deciso di sostenere il presidente uscente.

Certo, la presenza di un candidato così divisivo ha avuto anche un effetto contrario: milioni di americani che di solito non votano hanno deciso di recarsi alle urne per sostenere lo sfidante di Trump. E questo spiega il boom dell’affluenza, in una nazione dove storicamente il turnout ai seggi elettorali è bassissimo rispetto agli aventi diritto.

Il voto si è tradotto, come peraltro era inevitabile, in un referendum sul presidente uscente. E queste elezioni hanno evidenziato la presenza di una Nazione divisa, lacerata, mettendo a nudo le contraddizioni più recondite della più grande democrazia del mondo, dove sono presenti spinte progressiste che non hanno eguali in nessun altro Paese che convivono con tensioni conservatrici, anzi reazionarie, presenti in ogni strato del tessuto sociale americano: dalle classi meno abbienti agli immigrati, passando per la classe media e la classe dirigente, fino ai vertici più alti del Congresso, del Senato e della Corte Suprema, queste due tensioni contraddistinte convivono in un precario equilibrio che la presenza di un personaggio al di fuori dagli schemi come Trump ha fatto saltare.

Ora, non ci resta che attendere l’esito finale della conta dei voti e, se dovesse esserci il probabile lieto fine (la vittoria del candidato democratico) l’eventuale ricorso alla Corte Suprema.

Poi tireremo tutti un sospiro di sollievo, lasciando agli storici e non più a chi racconta la cronaca politica quotidiana il grande quesito che ci sta assillando da quattro anni a questa parte: come è possibile che un personaggio come Trump sia potuto diventare il Commander in chief della più grande democrazia del mondo?