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McArthur, l’accusa chiede il carcere a vita

McArthur, l’accusa chiede il carcere a vita

TORONTO – Ha approfittato delle loro debolezze ed ha infierito sulla loro vulnerabilità. Ha conquistato la loro fiducia per mettere in atto il suo piano diabolico. Lo ha fatto per ben otto volte, la sua nona vittima – legata al letto e incappucciata – è stata salvata dal tempestivo intervento della polizia che stava tenendo sotto controllo ogni mossa di Bruce McArthur.

Dopo i particolari raccapriccianti emersi martedì scorso durante il primo giorno dell’udienza che porterà alla sentenza contro il serial killer prevista venerdì, ieri sono state ascoltate in tribunale le dichiarazioni delle famiglie e degli amici degli otto uomini uccisi dal giardiniere di 67 anni dal viso bonario e gioviale.

Nelle sue grinfie sono finiti Selim Esen, Andrew Kinsman, Majeed Kayhan, Dean Lisowick, Soroush Mahmudi, Skandaraj Navaratnam, Abdulbasir Faizi e Kirushna Kanagaratnam: la maggior parte degli omicidi sono avvenuti tra il 2010 e il 2017.

La prassi, come si addice a un serial killer, è stata sempre la stessa: la conquista della loro fiducia – cosa non difficile considerata la situazione di molti di loro – gli incontri “di natura sessuale”, il renderli incapaci di reagire immobilizzandoli con manette al letto, il tubo di metallo con una corda che si stringeva al collo strangolandoli.

Una volta morti McArthur sbizzarriva la sua perversione mettendo i corpi nudi in posa, facendo indossare loro un cappello e un cappotto di pelliccia e scattando foto, tante foto, che archiviava nel computer in modo preciso e minuzioso. Ogni vittima aveva una cartella con il proprio nome.

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