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L’ex giudice capo, straniero, che fa tremare i governi

L’ex giudice capo, straniero, che fa tremare i governi

TORONTO – Ci sono sempre questioni che dominano il pubblico perché evocano emozioni crude, svelano le incongruenze delle grandi idee (politiche) di fronte alla realtà e mettono alla prova l’integrità dei politici che li esaltano.

L’immigrazione è una di queste questioni.

Chiedetelo a Donald Trump. Il suo unico tema coerente è che l’immigrazione è una copertura per tutti gli accoliti di Attila l’Unno rinomati nella storia come uno stupratore, saccheggiatore e ladro ovunque mettesse piede. Il Flagello di Dio in alcuni circoli.

Chiedetelo ad alcuni degli ammiratori di Trump, come Doug Ford. A parte il tema economico in corso di “mettere i soldi nella tua tasca”, ce n’è un altro che risuona così forte come quello che intima “condividere quei soldi con persone che non siamo noi”?

“Condividere’’, con nostro grande dispiacere collettivo, è ancora un concetto che va contro il tenere per noi stessi i frutti di ciò che pensiamo sia puramente dovuto alla nostra impresa – o, altrettanto probabile per ila nostra buona fortuna.

Chiedetelo agli europei; sì, compresi i nostri cugini britannici, tedeschi, francesi e italiani, che annualmente lottano con l’idea di ospitare centinaia di migliaia di “rifugiati” africani che si dirigono a nord verso le “terre promesse”.

Eppure, è un’etica su cui premettiamo molti dei “valori” che diciamo ci definiscono: uguali diritti a tutti, privilegi a nessuno; diritti umani; pari opportunità; stato di diritto; il giusto processo, la separazione dei poteri e l’esercizio delle libertà democratiche senza timore di rappresaglie

.Come canadesi, predichiamo questi valori al mondo: mazzette, corruzione, l’abuso di potere portano invariabilmente a regimi repressivi più lontano dal sistemi democratici che garantiscono quei diritti e quelle le libertà. Ora abbiamo in mezzo a noi un individuo la cui stessa presenza testimonierà la veridicità del nostro impegno verso questi valori.

L’ex giudice capo della Corte Suprema di Bengladesh, Kumar Sinha, ha avuto “l’audacia” di contestare l’autorità del suo governo sul sistema giudiziario.

Lui ha portato i suoi colleghi a una decisione unanime dichiarando come incostituzionale il 16esimo emendamento che permetteva al potere del ramo esecutivo di licenziare i giudici della Corte Suprema, subordinando così la magistratura alla volontà del governo.

CJ Sinha si era dimostrato una spina nel fianco di un governo noto per la sua volontà di piegarsi alla volontà di coloro che avevano tasche profonde.

Il Bangladesh si colloca al 149esimo posto nell’indice di corruzione pubblicato da Transparency International. Aziende internazionali come SNC Lavalin sono abituate ad acquistare “ogni filo d’erba governativo” per garantire che tutti si pieghino nella direzione desiderata dal loro vento.

Ora CJ Sinha è un auto-esiliato dal suo paese. I numerosi omicidi extragiudiziali attribuiti dalla stampa popolare a un regime repressivo possono essere un fattore contribuente alla sua decisione.

Il 4 luglio 2019, lui e sua moglie sono entrati legalmente in Canada e hanno presentato una richiesta di status di rifugiato. In un’udienza del 7agosto, gli è stato negato tale status, ma gli è stato permesso di sottoporsi a una valutazione del rischio di pre-rimozione (PRRA).

L’ufficiale/delegato del ministro (egli stesso ex rifugiato somalo) ha squalificato CJ Sinha perché aveva presentato la richiesta di status di rifugiato (senza alcuna risposta) in un altro “paese terzo sicuro”, gli Stati Uniti.

Tema troppo scottante da gestire per il Ministro Hussen; probabilmente. Perché?

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