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La crisi libica e i fantasmi dello scandalo SNC-Lavalin

La crisi libica e i fantasmi dello scandalo SNC-Lavalin

TORONTO – Un filo sottile che lega l’Italia, il Canada e la Libia.

Sullo sfondo, il rischio di una guerra civile che potrebbe riportare il Paese nordafricano sull’orlo del baratro dopo il conflitto che culminò con il rovesciamento del regime dittatoriale del colonnello Muammar Gheddafi nel 2011.

In Italia, in questo momento, la grande preoccupazione è legata alla possibile destabilizzazione dell’intera area mediterranea, con il conseguente aumento del fenomeno migratorio che in questo ultimo anno e mezzo è stato frenato proprio dagli accordi tra Roma e il governo di Tripoli: su questo, le parole di ieri del premier Fayez al-Serraj – “800mila migranti sono pronti a partire per l’Italia” – suonano come una minaccia.

In Canada, invece, la crisi libica è intimamente legata alle traversie giudiziarie – con pesanti conseguenze politiche – della multinazionale SNC-Lavalin e i suoi interessi nel Paese africano.

Il prossimo 29 maggio un giudice della Corte Federale dovrà stabilire se gli ex componenti del consiglio d’amministrazione saranno rimandati a giudizio e dovranno quindi affrontare un processo di natura criminale per lo scandalo su mazzette e frodi già accertate con il regime libico rovesciato nel 2011.

Nel 2014, durante un processo celebrato in Svizzera, l’ex vice presidente esecutivo Riadh Ben Aissa si è dichiarato colpevole di aver pagato profumatamente Saadi Gadhafi, figlio del colonnello, per permettere alla SNC-Lavalin di ricevere lucrosi appalti in Libia.

La questione è capire se i componenti del Board of Di-rectors sapesseri delle mazzette o se non fossero a conoscenza. Riadh Ben Aissa ha già sostenuto che quella delle mazzette all’entourage e alla famiglia del dittatore libico era una prassi ben consolidata, quantificabile secondo quanto appurato dalle indagini fatte dall’Rcmp in un passaggio di denaro da Montreal a Tripoli di 177,7 milioni di dollari tra il 2001 e il 2011.

Era questo, secondo Aissa, il caro prezzo da pagare al regime per assicurarsi appalti e commesse nel territorio libico. E una pedina fondamentale all’interno del gruppo dirigente della dittatura di Tripoli sarebbe stato Saadi Gheddafi, figlio del Colonnello con ampi poteri decisionali prima della fine del regime.

Strano personaggio, questo Saadi Gheddafi. In Italia lo conoscemmo per la sua improbabile carriera calcistica – dal 2003 al 2007 vestì le maglie del Perugia, della Sampdoria e dell’Udinese, collezionando la miseria di 2 presenze – e per la bella vita fatta di gossip, scandali, conti non pagati in hotel di lusso e presunti flirt con modelle e attrici.

Stando alla ricostruzione fornita da Aissa durante la sua confessione nel processo svizzero, Saadi Gheddafi negli anni era diventato il cavallo sul quale la SNC-Lavalin doveva puntare per assicurarsi gli appalti in Libia.

E a riprova di questo ci sarebbero almeno tre diverse circostanze al vaglio degli inquirenti canadesi. La prima risale al 2008, quando la SNC si sarebbe accollata tutte le spese relative ai tre mesi di permanenza di Saadi in Canada, a Toronto, Vancouver e Montreal: un conto molto salato, di circa 1,9 milioni di dollari, compresi 193mila dollari in limousine e 180mila dollari per il soggiorno di Gheddafi all’Hyatt Regency a Toronto.

La seconda invece è relativa al soggiorno di Saadi a Toronto nel settembre del 2009, durante il Toronto International Film Festival. In questo caso la SNC-Lavalin pagò circa 430mila dollari, compresi circa 107mila dollari per un party privato organizzato dal figlio del dittatore libico con 200 ospiti, tra i quali il rapper americano 50 Cent.

La terza fu invece un vero e proprio salasso per le casse della compagnia di Montreal.

Secondo Ben Aissa, l’ex Ceo di SNC, Jacques Lamarre, firmò un assegno da 38 milioni di dollari per comprare un mega yacht di lusso a Saadi Gheddafi, regalo che avrebbe portato all’assegnazione di un appalto in Libia di circa 450 milioni di dollari. Una circostanza questa negata con forza dallo stesso Lamarre.

In ogni caso, il meccanismo ormai oliato per l’attribuzione delle commesse di governo sotto il regime libico era questo. Lo ha stabilito in via definitiva la sentenza del 2014 nel processo celebrato in Svizzera e lo potrebbe confermare il procedimento qui in Canada, ammesso che arriverà il via libera a fine maggio dalla Corte Federale.

È comunque un fatto assodato che tra il 2001 e il 2011 la SNC-Lavalin si assicurò appalti in Libia per almeno 1,85 miliardi di dollari: tra questi, quello del Benina International Airport nel 2008 (500 milioni di dollari), quello dell’acquedotto del Sarir nel 2002 (475 milioni di dollari) o quello mastodontico nel 2010 dei lavori sul Grande fiume artificiale, il Great Man-Made River per costruire un acquedotto da 450 milioni di dollari che prelevava acqua dolce di origine fossile dal Sahara libico per condurla ai paesi della costa dello stato africano.

Sempre secondo la sua testimonianza, Ben Aissa nel 2011 andò in Libia subito dopo lo scoppio della guerra civile e fu in grado di recuperare una parte dei pagamenti dovuti, circa 100 milioni di dollari, prima del crollo del regime.

L’intera vicenda arriva infine ai giorni nostri, con il caso delle presunte pressioni da parte dell’ufficio del primo ministro Justin Trudeau sull’allora Attorney General Wilson per arrivare a una soluzione extra giudiziaria del processo a carico degli ex vertici della SNC-Lavalin.

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