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La corsa alla sostituzione: problemi elettorali inventati e dibattiti falsi

La corsa alla sostituzione: problemi elettorali inventati e dibattiti falsi

TORONTO – La democrazia moderna richiede che i politici siano a conoscenza di ogni tema e sempre pronti a reagire. La cittadinanza distingue presto coloro che articolano visoni nazionali da coloro che perseguono esclusivamente ambizioni personali.

Basta guardare verso la Gran Bretagna, l’Italia, gli Stati Uniti per vedere esempi di tali personaggi.

L’Italia non è la storica “culla della democrazia”, ​​ma la storia ha insegnato ai politici a cogliere l’attimo (“carpe diem”) e scendere in piazza per mettere le proprie opinioni di fronte alla critica o al sostegno del pubblico, prima che i problemi li seppelliscano. La pianificazione del coinvolgimento della cittadinanza non richiede giorni o settimane, figuriamoci mesi. Sii pronto o togliti di mezzo.

L’arena politica nel bel paese sembra un vortice politico micidiale in cui il minimo errore o segno di debolezza stimola l’istinto predatore di tutti i giocatori in gioco, inclusi i (pochissimi) altrimenti detti “elettori passivi”. Si nota subito se un giocatore è fatto per la sfida o se è capace di tenere duro.

Con variazioni minori, non è diverso in altri paesi europei. Anche nella [autoconsiderata] piu’ raffinata Gran Bretagna il forum politico e le macchinazioni parlamentari non perdonano mai. Come potrebbe non essere così? Le questioni principali sono molto simili a quelle che scaturiscono da un disordinato divorzio in corso: separazione dai partner europei e scioglimento di un Regno [precedentemente] Unito. C’è molto in ballo.

A Hong Kong, citta’ abituata a una diversa definizione di istituzioni democratiche, la gente rimane acutamente consapevole dei suoi diritti e privilegi in uno Stato autonomo. I cittadini scendono in piazza – letteralmente – a centinaia di migliaia in risposta a discutibili iniziative da parte di chi esercita il potere.

La politica dell’eccentrico presidente degli Stati Uniti assomiglia a quella di uno che abbia voglia di sfidare i freni di un autobus lanciato verso di lui. Ma quegli autobus sono dotati solo di acceleratori.

Sì, la democrazia è “disordinata”: o usi le tue parole per esprimere e difendere i tuoi ideali o combatti usando il tuo corpo. Un concetto che vale per tutti… tranne in Canada.

La nostra leadership politica preferirebbe essere giudicata in base al numero e alla natura delle sfilate a cui partecipa. In questo modo non devono preoccuparsi di pronunciarsi su nulla.

Il che ci porta a un’imminente elezione federale; per legge.

Come sempre più nella norma, i candidati “metteranno in mostra le loro competenze” in un formato di dibattito sereno quasi destinato ad indurre la noia e il disinteresse, in inglese e in francese. Il Primo Ministro (che sta per trasformarsi in candidato), Justin Trudeau, ha rifiutato l’opportunità di partecipare a tutti i dibattiti tranne due. Ragionamento strategico che non ha nulla a che fare con l’interesse del pubblico.

In ogni caso, gli strateghi del dibattito hanno già opportunamente considerato irrilevanti i 7,8 milioni di canadesi che continuano a utilizzare una lingua che non è una di queste due, cioe’ inglese o francese.

È giusto chiedersi se quel 22% della popolazione canadese condivida le stesse “questioni” e preoccupazioni dei dieci organi di media e di stampa comprendenti la “Commissione” (cinque anglo, cinque lingue francesi) che determina il formato dei dibattiti. Preparatevi ad una risposta negativa.

Chissa’ se qualcuno nella Commissione ha capito la rilevanza di questi nuovi canadesi nel futuro del paese. Probabilmente non lo scopriremo perché il National Ethnic Press and Media Council, l’organo rappresentante delle 650 organizzazioni dei media e della stampa “etnica”, non è stato nemmeno invitato al tavolo.

I “pesi massimi” del governo con “nomi dal suono etnico”, come Nav Bains, Ahmed Hussen e Pablo Rodriguez (difensore e promotore del Patrimonio Canadese) devono aver dichiarato alla campagna centrale che “va bene” ignorare una parte così grande del demografico canadese.

Oh, aspettate! Bains è Copresidente della Campagna Nazionale dei Liberali e Rodriguez è Presidente della Campagna del Quebec; Hussen è la “carota” che essi fanno penzolare davanti alle comunità di immigrati. Nessuno di loro ha risposto alle richieste telefoniche di commentare.

Il silenzio sara’ d’oro. Oppure hanno visto personalità politiche come Trump, Johnson e Salvini “esplodere” quando incontrano il pubblico.

Forse mancano di coraggio o di convinzione. Meglio affidarsi alla convenienza. Chissa’ se la pensano cosi’ anche Scheer e Singh.

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