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Italiani emigrati in Canada, tracollo in cinque anni

Italiani emigrati in Canada, tracollo in cinque anni

TORONTO – Negli ultimi cinque anni, più di 1.337.000 stranieri si sono stabiliti in Canada con una Pr Card. Di questi, appena lo 0,32 per cento era di cittadinanza italiana.

Sono questi gli ultimi, scioccanti dati ottenuti dal Corriere Canadese dal ministero dell’Immigrazione federale che testimoniano, ancora una volta, il progressivo indebolimento del fenomeno migratorio in arrivo dal Belpaese qui in Canada.

Dal 2014 all’agosto dell’anno corrente, hanno ottenuto la residenza permanente – primo concreto passo per l’acquisizione della cittadinanza – appena 4.302 italiani.

Una goccia nell’oceano, se si pensa alle dimensioni della nostra comunità qui in Canada – oltre 1,5 milioni di canadesi di origine italiana – e ai numeri relativi a molti altri Paesi che negli anni hanno scavalcato l’Italia creando un gap gigantesco.

Per capire le dimensioni del fenomeno – e del tracollo dell’immigrazione dall’Italia – basta pensare che nello stesso arco di tempo hanno ottenuto la Pr Card oltre 219mila indiani (il 16,4 per cento del totale), seguiti da quasi 199mila filippini e 121mila cinesi.

In sostanza, il 40,4 per cento delle nuove residenze permanenti negli ultimi cinque anni sono state ottenute da questi Paesi. Chiaramente merita un discorso a parte la Siria: il Paese è stato – ed è tuttora – teatro di una sanguinosa guerra civile e i 67mila siriani giunti in Canada sono arrivati per ragioni di carattere umanitario.

Sono in continuo aumento, inoltre, gli arrivi dal Pakistan (oltre 45mila), dall’Iran (43mila) e dagli Stati Uniti (41mila), mentre per quanto riguarda i Paesi europei a fare la parte del leone sono la Francia (quasi 28mila) e il Regno Unito (26mila).

Ma più in generale l’Italia è nettamente indietro anche nei confronti di quei Paesi che storicamente non sono mai stati un vero serbatoio del processo migratorio canadese.

Ecco allora che Nigeria in cinque anni ha ottenuto 25mila Pr Card, la Corea del Sud quasi 20mila, l’Iraq 18mila e la Giamaica oltre 16mila. Meglio dell’Italia hanno poi fatto il Messico, l’Eritrea, l’Ucraina, il Brasile, l’Egitto, l’Afghanistan. Ma non solo, la lista è lunghissima.

Dal 2015, in questa graduatoria, troviamo prima del Belpaese l’Etiopia, la Germania, Haiti, Hong Kong, Israele, l’Irlanda, la Costa d’Avorio, la Giordania, il Libano. Ci scavalcano anche la Somalia, la Russia, lo Sri Lanka, la Tunisia, il Marocco e il Venezuela.

Insomma, anche i dati degli ultimi cinque anni confermano quella tendenza che avevamo già identifi cato nell’articolo presente sull’edizione di ieri che si so¥ ermava solamente sui dati dei primi otto mesi del 2018.

Per quanto riguarda gli italiani, è evidente che siamo di fronte a problemi di carattere strutturale, di impedimenti – requisiti linguistici, lacci burocratici e via dicendo – che di fatto rallentano l’immigrazione dall’Italia.

E che al contrario, mettono su una corsia preferenziale chi presenta domanda da altri Paesi. Siamo di fronte a un sostanziale – anche se non u¦ ciale e sempre negato dal governo – sistema immigratorio a quote, dove le singole caselle dei Paesi di provenienza vengono riempite per soddisfare determinate esigenze.

E dove gli italiani che vogliono venire in Canada si trovano costantemente la porta chiusa.

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