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In Siria al seguito dei mariti, ora detenute

In Siria al seguito dei mariti, ora detenute

TORONTO – La conferma di Global Affairs Canada non si è fatta attendere.

L’agenzia governativa, in seguito all’intervista di due donne canadesi fatta dalla CNN, ha asserito di essere a conoscenza di cittadini canadesi detenuti in Siria.

Le due donne canadesi intervistate sono fuggite di recente da una delle ultime fortezze dell’ISIS: il villaggio di Baghouz, nella Siria orientale.

Le donne, che parlano correntemente l’inglese, hanno detto di essere di Toronto e dell’Alberta e di essere andate in Siria dietro insistenza dei loro mariti.

Con l’aiuto della forza aerea degli Stati Uniti, le forze democratiche siriane a guida curda (SDF) stanno attualmente combattendo per sbaragliare l’ISIS dal villaggio, che si trova lungo il fiume Eufrate vicino al confine siriano con l’Iraq.

«Considerato il problema della sicurezza sul posto, la capacità del governo canadese di fornire assistenza consolare in qualsiasi parte della Siria è estremamente limitata – ha dichiarato il portavoce Global Affairs Richard Walker a CTV News – il governo del Canada segue questi casi e fornisce assistenza nella misura in cui è possibile».

Funzionari canadesi, ha aggiunto Walker, “hanno stabilito un canale di comunicazione con le autorità curde locali al fine di verificare l’ubicazione di alcuni cittadini canadesi”.

«La segnalazione di un accordo sul rimpatrio di cittadini canadesi dalla Siria è falsa», ha precisato Walker. Una delle due donne intervistate il 9 febbraio dal corrispondente della CNN Ben Wedeman si è identificata come la ventottenne Dura Ahmed di Toronto.

Il giornalista ha incontrato Ahmed in una desolata pianura desertica nella parte orientale della Siria, dove decine di civili e sospetti membri dell’ISIS in fuga da combattimenti nella vicina Baghouz, sono stati interrogati dopo essersi arresi alla SDF sostenuta dagli Stati Uniti.

Con il suo volto coperto da un niqab nero, Ahmed ha raccontato di come è arrivata in Siria dal Canada quattro anni fa a causa delle pressioni esercitate da suo marito. «Non sapevo nulla dell’ISIS o altro – ha a.ermato parlando con un accento nordamericano – mi ha detto ‘vieni e vedi’».

La vita a Raqqa – capitale un tempo del cosiddetto califfato – viene descritta da Ahmed in termini decisamente rosei. «Sei lì… mangi Pringles e barrette di cioccolato Twix – ha detto la donna che non ha espresso un grande rimorso per aver lasciato un Canada sicuro per la pericolosa Siria – non ti sembra affatto di essere in guerra».

La seconda canadese intervistata ha detto di avere 34 anni e di essere un ex grafico che viveva in Alberta ma non ha voluto rivelare la sua identità.

L’ordine di andare a vivere nella turbolenta nazione anche questa donna ha a.ermato di averlo ricevuto dal marito. «Mi ha detto “È obbigatorio per te venire qui, non hai scelta – ha ricordato – in pratica è come dire ‘Ti ingiungo imperativamente di venire qui e come moglie musulmana devi obbedire’».

Al momento si ritiene che nelle zone della Siria controllate dai curdi si trovino oltre 24 canadesi, molti dei quali – sembra – desiderano tornare a casa. «È molto meglio portarli a casa ora tutti insieme con un piano che garantisce sicurezza piuttosto che lasciarli soli nei campi della Siria dove hanno freddo, sono affamati e malati», ha detto Alexandra Bain, direttrice di Families Against Violent Extremism e di Hayat Canada Family Support, due associazioni che lavorano con le famiglie di coloro che sono coinvolti in gruppi estremisti violenti come l’ISIS.

Il Canada, tuttavia, ha finora resistito alle richieste di rimpatriare i combattenti canadesi in Siria con le loro famiglie, che potrebbero rischiare fino a 10 anni di carcere nel paese se risultassero coinvolti in gruppi come l’ISIS.

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