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Il contagio rallenta, arrivano i problemi per Justin Trudeau

Il contagio rallenta, arrivano i problemi per Justin Trudeau

Il contagio rallenta, arrivano i problemi per Justin Trudeau

TORONTO – Per quattro mesi tutto è filato liscio. La pandemia di Covid-19 e la conseguente crisi sanitaria senza precedenti nella storia recente hanno dato la possibilità a Justin Trudeau di mettere da parte i problemi del suo governo, la fragilità di una maggioranza parlamentare che non esisteva – e non esiste tuttora – costretta a guadagnarsi il sostegno degli altri partiti su ogni singolo provvedimento, le tensioni internazionali che hanno minato alla stabilità di equilibri geopolitici che si erano creati negli ultimi decenni.

Ora, con il Covid-19 che sta lentamente mollando la presa in Canada, con l’appiattimento della curva dei contagi e con la percezione generalizzata – speriamo che sia giusta, ma ci sono molti dubbi a riguardo – che ci stiamo dirigendo verso la normalità, stanno ricomparendo uno ad uno i problemi e le contraddizioni già presenti dopo il voto dello scorso autunno. Per quattro mesi abbiamo avuto un uomo solo al comando, un primo ministro che giornalmente appariva davanti alle telecamere per aggiornarci sulla crisi sanitaria e su quella economica, senza contraddittorio, favorito anche dalla debolezza endemica delle opposizioni. Da questa settimana, la musica sta cambiando.

Oggi il governo federale presenterà un resoconto dettagliato sullo stato dei conti pubblici canadesi, zavorrati da quattro mesi di programmi e stanziamenti per fare fronte all’emergenza. I numeri saranno impressionanti, con il deficit annuale destinato a schizzare in tripla cifra in un contesto economico e lavorativo caratterizzato dall’incertezza e dai dubbi legittimi su una possibile futura ripresa.

Per quattro mesi l’esecutivo ha cercato di tamponare gli effetti devastanti di un Paese che ha dovuto chiudere quasi completamente tutti i nodi nevralgici del suo tessuto produttivo. Adesso, dopo la graduale riapertura, il governo e il primo ministro hanno la responsabilità di mettere in piedi un piano credibile per il rilancio e il sostegno della nostra economia. Non sarà facile.

Ad appesantire un clima già abbastanza teso è arrivata poi la vicenda di We Charity e di quell’appalto senza concorrenti che ha permesso all’organizzazione, molto vicina alla famiglia Trudeau, di ricevere il compito di distribuire qualcosa come 900 milioni di dollari in crediti per coprire i costi dell’educazione post secondaria a partire dal prossimo autunno. Una vicenda con parecchie zone d’ombra, per la quale ha deciso di intervenire il commissario federale all’Etica che dovrà eventualmente capire se vi sia stato un conflitto d’interesse proprio per i legami di Trudeau con questa associazione.

Sul fronte internazionale la situazione non è certo migliore di quella interna. Dopo la clamorosa batosta del mese scorso, quando il Canada è stato battuto dall’Irlanda e dalla Norvegia per uno dei due seggi come membro non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono aumentate le tensioni tra Ottawa e alcuni dei suoi più stretti alleati. Perché è evidente che Trudeau, che negli ultimi mesi ha portato avanti un’opera certosina di moral suasion per assicurarsi il consenso necessario all’Onu, è stato pugnalato alle spalle dal nostro grande alleato a Sud del confine.

E la decisione – non si sa fino a che punto produttiva e lungimirante – di boicottare la cerimonia a Washington con Donald Trump e il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador per l’entrata in vigore del nuovo trattato di libero scambio nordamericano (USMCA) appare come una ripicca per il mancato sostegno degli Usa nella corsa canadese al seggio del Consiglio di Sicurezza. Nel frattempo, negli ultimi giorni è di nuovo tempesta nei già fragili rapporti con la Cina. Nel fine settimana Pechino ha lanciato un travel advisory per tutti i cinesi che si trovano in Canada, invitandoli “all’estrema cautela” a causa degli “episodi di violenza registrati negli ultimi mesi da parte delle forze di polizia canadesi”.

Si tratta dell’ennesima provocazione della Cina, in rotta con il Canada dal dicembre del 2018, quando venne arrestata a Vancouver Meng Wanzhou, figlia del fondatore della Huawei, alla luce di una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti. La Cina in seguito ha reagito con l’arresto arbitrario di due canadesi Michael Spavor e Michael Kovrig, accusati di spionaggio. Nonostante le pressioni di Pechino, l’ipotesi di uno “scambio degli ostaggi diplomatici” è stata accantonata da Trudeau. Il vero problema per il primo ministro sarà in autunno, quando i conservatori avranno un nuovo leader e spingeranno per il voto anticipato. Quella potrebbe essere la spallata definitiva a un governo già troppo traballante.