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I femminicidi in Canada non sono diminuiti

I femminicidi in Canada non sono diminuiti

TORONTO – Gli sforzi del Canada nell’affrontare la violenza in famiglia non hanno prodotto alcun risultato. I casi di violenze, stalking, persecuzioni fino all’omicidio non sono affatto diminuiti.

La percentuale di omicidi domestici avvenuti tra il 2010 e il 2015, secondo l’analisi condotta dalla Canadian Homicide Prevention Initiative, è rimasta praticamente invariata: in questo lasso di tempo le donne uccise hanno costituito il 76% di tutte le vittime adulte per violenze in famiglia.

Un numero, questo, che è salito all’80% se si considerano i casi compresi tra il 2016 e il 2018. Tra le vittime minorenni il 59% sono ragazze.

È questo il quadro emerso dallo studio che oltre a mettere in luce che la stragrande maggioranza delle vittime sono ragazze o donne, ha dimostrato come i rischi siano maggiori per le residenti di aree rurali o remote e tra quelle di origine indigena.

Dei 662 omicidi domestici che lo studio ha registrato nel corso dei nove anni, il 52% di questi riguarda vittime appartenenti ad almeno uno dei quattro gruppi vulnerabili identificati dai ricercatori: quelli di origine indigena, nuovi immigrati o rifugiati, residenti nelle aree del Canada settentrionale e in zone rurali e i bambini.

Tale cifra si attesta al 53% nei casi registrati tra il 2010 e il 2015. Non sono statistiche incoraggianti, queste prese in considerazione.

La docente dell’Università di Guelph, co-direttrice dell’iniziativa, Myrna Dawson ha a¡ ermato che i numeri immutati suggeriscono che i canali ufficiali intesi a combattere la violenza domestica sembrano avere un impatto limitato.

I dati, secondo la professoressa, dovrebbero dovrebbero far vita a una conversazione focalizzata meno sulle circostanze individuali e più sul modo in cui la violenza dei partner è vista nella società in generale. Dawson ha a¡ ermato che diverse province hanno da tempo istituito specifi ci tribunali per la violenza domestica con professionisti formati per a¡ rontare la complessità di tali situazioni. Ma gli ultimi dati suggeriscono che le giurisdizioni con tali tribunali disponibili – il Manitoba ne è un esempio – registrano ancora alti tassi di omicidi che nel tempo sono rimasti invariati. Le percentuali sono altrettanto elevate in Nunavut e nei Northwest Territories: questo – ha messo in evidenza Dawson – evidenzia i rischi aggiuntivi che le donne vivono in comunità remote. Sebbene la ricerca si concentri in gran parte su quattro gruppi vulnerabili specifi – ci, la studiosa ritiene che i dati attuali suggeriscano che ve ne sono altri che hanno bisogno di maggiore attenzione. Risulta infatti che, in tutte le ricerche condotte fi no ad oggi, anche le donne con disabilità e quelle anziane sono apparse particolarmente a rischio.

«La società deve cambiare radicalmente il modo in cui vede e reagisce alla violenza domestica, a partire dal presupposto che il conflitto tra partner sia una questione privata che è meglio ignorare – ha detto in modo chiaro la Dawson – non può essere privata perché ci sono impatti pubblici principalmente su donne e bambini che vivono situazioni violente in casa. È un problema di salute pubblica, non solo un problema di giustizia penale». La violenza è un fenomeno ancora sommerso e i femminicidi, che spesso rappresentano il suo triste epilogo, sono fenomeni da affrontare.

«Un diverso approccio è fondamentale – ha affermato – potrebbe aprire le porte a una più ampia comprensione della violenza domestica e ad una più ampia capacità di riconoscere segnali che sono un campanello di allarme».

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