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Gm a Oshawa, Trudeau e Ford piegano la testa

Gm a Oshawa, Trudeau e Ford piegano la testa

TORONTO – Tirare fuori le unghie e combattere oppure fare buon viso a cattivo gioco ed evitare lo scontro diretto.

La nostra classe dirigente si è trovata di fronte a questo bivio dopo l’annuncio da parte della General Motors della chiusura nel 2019 dello stabilimento di Oshawa.

La decisione della Gm rientra all’interno di una piano complessivo a livello continentale che comprende anche lo stop alla produzione in altri quattro stabilimenti negli Stati Uniti, con il taglio complessivo di circa 14.700 posti di lavoro.

Messe da parte le appartenenze politiche e le divisioni di partito, il primo ministro Justin Trudeau e il premier dell’Ontario Doug Ford (nella foto) hanno deciso di scegliere la linea morbida, affrettandosi a dichiarare che i due livelli di governo non avrebbero potuto fare nulla per far cambiare la decisione alla Ceo di Gm, Mary Barra.

Una presa di posizione disarmante e inspiegabile, tenendo conto del fatto che nel 2016 la compagnia, dopo aver firmato il contratto collettivo con i suoi dipendenti, aveva promesso che non ci sarebbero stati più tagli almeno fino al 2020.

Nel 2017 sono arrivati 625 tagli dallo stabilimento di Ingersoll, seguiti dai 255 esuberi del settembre 2017 dalla fabbrica di St. Catharines.

Avvisaglie del terremoto che sarebbe arrivato all’inizio di questa settimana, con la conferma del taglio di quasi 3mila posti di lavoro a Oshawa entro una non meglio precisata data del 2019. Ma non basta. La General Motors ha nei confronti del governo federale del Canada e dell’esecutivo provinciale dell’Ontario un debito di riconoscenza che risale al 2009, quando Ottawa e Queen’s Park decisero di intervenire nel salvataggio dell’azienda con un corposo prestito da 10,8 miliardi di dollari. Chi invece non ha piegato la testa – a differenza di Trudeau e Ford – è stato il presidente del sindacato Unifor, Jerry Dias, che ha promesso di dare battaglia alla General Motors nell’interesse dei lavoratori che perderanno il posto e delle loro famiglie.

E in questa prossima guerra di logoramento, il sindacalista ha trovato un alleato improbabile, il presidente degli Stati Uniti. Donald Trump infatti ha criticato pesantemente la decisione della Gm, minacciando di passare dalle parole ai fatti. Il presidente Usa ha minacciato di bloccare tutti i sussidi governativi alla General Motors, inclusi i fondi stanziati per le elettriche.

In un paio di tweet l’inquilino della Casa Bianca ha fatto sapere di essere “molto deluso dalla General Motors e dal suo ceo, Mary Barra, per la chiusura degli stabilimenti in Ohio, Michigan e Maryland. Niente verrà chiuso in Messico e Cina. Gli Stati Uniti hanno salvato la General Motors e questo è il grazie che riceviamo. Ora stiamo esaminando il taglio di tutti i sussidi, inclusi quelli per le elettriche”, ha continuato.

“La GM ha fatto una grande scommessa in Cina anni fa, quando ha costruito le sue fabbriche nel Paese asiatico (e in Messico): non credo che la scommessa stia per pagare. Sono qui per proteggere i lavoratori americani”. Che, almeno in questo caso, coincidono con quelli dei lavoratori canadesi, dell’Ontario in particolare.

E almeno per questa volta, Trudeau e Ford dovrebbero seguire l’esempio del presidente americano, e lottare invece di piegare la testa.

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