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Famiglie separate al confine, prassi inumana

Famiglie separate al confine, prassi inumana

TORONTO – Non è una pratica accettabile, secondo Paul Clarke, quella di dividere le famiglie al confine del Canada. La tendenza è quella infatti di detenere un genitore e di sistemare temporaneamente in una struttura il resto della famiglia.

«Il risultato è che la famiglia viene ‘spaccata’», ha detto Clarke, direttore generale di Action Réfugiés Montréal che sostiene le persone in cerca di protezione in qualità di rifugiati in Canada. E non è infrequente che queste coppie non sappiano più nulla l’uno dell’altra, nè abbiano modo di contattarsi a vicenda.

«A volte nel nostro ufficio riceviamo una chiamata da un uomo detenuto del tipo ‘Sono venuto in Canada ieri, la mia famiglia e mia moglie non sono più con me, non ho idea di dove siano, potreste scoprirlo?’».

Sono bambini, questi, afferma Clarke, che vengono e‹ettivamente separati dai loro genitori, ma questo fatto non viene registrato poiché i bambini stessi non si trovano in un centro di detenzione.

«Questi sono quelli che noi chiamiamo i bambini detenuti in modo invisibile nel senso che c’è un membro della famiglia che si trova in stato di detenzione – spiega Clarke – bambini che al momento non compaiono nemmeno nelle statistiche».

Secondo le cifre più recenti del Canada Border Service Agency (CBSA), tra il 1 ° ottobre e il 31 dicembre 2018, un totale di 37 minori accompagnati da un genitore o da un adulto al quale sono stati affidati sono stati detenuti per una media di 28,2 giorni. In sostanza, però la CBSA si difende dall’accusa di essere una “sfascia famiglie”.

La CBSA “si sforza di limitare l’uso della detenzione a quei casi diˆcili dove ci sono serie preoccupazioni riguardo l’identità di un genitore o di un tutore, un rischio di fuga o un pericolo per i cittadini – ha dichiarato da parte sua la CBSA a The Current – quando ci sono minori coinvolti, le decisioni sulla detenzione prese dalla CBSA sono guidate dal miglior interesse del bambino, ed è molto raro che un genitore e un figlio vengano separati”.

Nel 2017, il governo federale ha imposto limiti più severi, ma nessun divieto totale, sulla detenzione di minori nei centri di detenzione per immigrati. «Le modifiche comprendevano il considerare in primo luogo, nelle decisioni prese, quale è il miglior interesse del bambino – ha detto il ministro della Pubblica sicurezza Ralph Goodale – ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Il mio obiettivo è quello di ridurre a zero il numero di bambini detenuti». La dottoressa Samantha Nutt, fondatrice di War Child Canada, fa notare però, che il governo ha fatto progressi, ma c’è ancora del lavoro da fare.

«In tutto il mondo assistiamo all’aumento del numero dei bambini che superano i confini nella speranza di chiedere asilo – ha detto Nutt – coloro che arrivano in Canada potrebbero aver “assistito a orribili violenze e orribili abusi e in alcuni casi, essere stati testimoni anche della morte o degli omicidi dei propri familiari. Tutto questo può risultare in “diˆcoltà” che persistono per tutta la vita come ansia, depressione, a volte problemi comportamentali e disturbi del sonno».

Affrontare questi problemi, spiega la Nutt, “può richiedere mesi, se non anni, di intenso supporto psicologico per questi bambini. Più a lungo sono in detenzione o separati dai propri cari, più tempo è necessario per reintegrarli in scuole o nuove comunità”.

Di certo non è difficile immaginare il trauma dei bambini separati dai propri cari: non c’è davvero bisogno di psicologi o di qualsivoglia terapeuta per rendersi conto del danno inflitto ai più piccoli. La separazione dei componenti del nucleo familiare – che ha l’aria di essere una sorta di punizione – è anche una prassi discutibile e crudele.

Di strada da fare ce n’è ancora tanta. «Speravamo che nel 2018 ci sarebbero stati meno bambini, magari nessuno – aggiunge Clarke – ma in quell’anno non ne abbiamo visti solo per due settimane».

Nel 2019, secondo Clarke, la musica non è cambiata. Le condizioni non sono quelle riportate lungo il confine meridionale degli Stati Uniti, dove il capo dei diritti umani dell’ONU ha detto che i bambini dormono sul pavimento, le condizioni igieniche sono scarse e le persone non hanno un accesso adeguato al cibo – conclude direttore generale di Action Réfugiés Montréal – ma detenzione è detenzione e le famiglie vengono private della loro libertà”, ha detto Clarke.

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