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Capo della Corte Suprema chiede asilo al Canada

Capo della Corte Suprema chiede asilo al Canada

TORONTO – Così, al volo, conoscete i nomi dei giudici della Corte Suprema canadese? E il nome del presidente della Corte? Oppure il ruolo della Corte Suprema nella nostra Democrazia Parlamentare (conosciuta anche come Monarchia Costituzionale)?

Rilassatevi. Non vi sto mettendo alla prova. Le domande non erano rivolte al pubblico lettore né al cittadino medio. Ma nel caso in cui tu sia un Deputato al Parlamento o un Ministro del Governo, forse dovresti “rispolverare” un po’ le tue conoscenze in materia.

Soprattutto se ti capita di essere un ministro responsabile dell’Agenzia Canadese dei Servizi di Frontiera, la Giustizia, le Istituzioni Democratiche, gli Affari Esteri o, più precisamente, i Rifugiati e l’Immigrazione.

Perché, ti chiederai. Perché stanno per essere catapultati sotto le luci della ribalta internazionale, e scrutati così come lo è stato il Primo Ministro in relazione ai nostri rapporti con la Cina e l’India.

Questa volta per una personalità fuori dall’ordinario e per una questione che va al cuore dei nostri valori democratici, dei diritti umani e dello stato di diritto. Il 4 luglio 2019, l’ex giudice capo della Corte Suprema del Bangladesh, Surendra Kumar Sinha, è entrato in Canada, attraverso la dogana a Fort Eire, e ha presentato una richiesta di ammissione come rifugiato, un richiedente asilo.

Come me, potresti ritrovarti a doverti rialzare da terra mentre apprendi simili notizie. Questo non è un comune individuo; è probabilmente una vera stella internazionale, un giurista numero uno.

Ha una profonda conoscenza delle leggi britanniche (e della variante nordamericana della Common Law), del codice civile europeo e di come entrambi hanno influenzato le società del Sud-est asiatico, con i loro sistemi di valori unici radicati nelle differenze religiose, etniche e razziali, nel corso dei secoli.

Il suo paese d’origine, che fa 200 milioni di abitanti, fino a non molto tempo fa tra le nazioni più povere e corrotte del mondo, non è estraneo alla violenza. Lo addolora sentire la sua terra natia così descritta. Ma i fatti dimostrano che non mancano predatori politici e commerciali desiderosi di sfruttare infrastrutture socio-politiche non ancora mature proprio per ottenere vantaggi politici e personali. Tra questi anche la SNC Lavalin del Canada.

Il giudice presidente SK Sinha è cresciuto nel tumulto di un sub-continente indiano che emergeva dall’ombra di un’occupazione straniera spesso sanguinosa, poi attanagliato dal conseguente scontro “locale”, etnico, religioso, come quello che è oggi il Bangladesh dopo essersi liberato dagli oppressori Britannici e Pakistani.

Da giovane, ha vissuto le lotte politiche che nascono mentre si cerca il giusto equilibrio tra autorità (potere) e diritti (umani e politici), l’esercizio di tali diritti e autorità nel contesto dell’uguaglianza dinanzi alla legge senza riguardo a particolari origini etniche, linguistiche, culturali o ideologie religiose.

Il Paese non è così radicato nei processi democratici che separano i vari rami del governo – legislativo, esecutivo e giudiziario – come nelle democrazie più mature, per evitare le incursioni di un ramo nell’altro.

Il funzionamento dei rami legislativo/esecutivo dipende dal supporto elettorale dei mediatori politici delle varie fazioni. La stampa e i media affidabili raccontano coraggiosamente come questi politici signori della guerra si assicurino l’elezione attraverso intimidazioni, esecuzioni senza un processo regolare e il teppismo dei loro “eserciti di volontari”, o quando necessario il potere della loro borsa.

Questi eletti “rappresentanti del popolo” soffrono le interferenze da parte della magistratura – i difensori della Costituzione, il corpus di leggi che governano una società civile – e le sopportano a fatica, se non per niente affatto.

Questo è l’ambiente in cui, il 1 gennaio 2015, SK Sinha è diventato il primo giudice di minoranza indù a essere eletto a presiedere la Corte Costituzionale – la Corte Suprema – del Bangladesh, un paese a maggioranza musulmano. È un ambiente che conosceva fin troppo bene. La Stampa nazionale (The Daily Star, il Dhaka Tribune) e i media digitali hanno riportato ampiamente il tentativo di incendio doloso della casa del giudice nel dicembre del 2013.

Imperterrito, quindi e dopo la sua promozione dalla Corte d’Appello, decise di garantire la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, il rafforzamento dello stato di diritto, la lotta alla corruzione.

Il suo mantra era il costante ritornello secondo il quale i Padri Fondatori attribuivano tutta l’autorità alla Costituzione, di cui la Corte Suprema è l’arbitro supremo, in particolare l’articolo 7. (1) e (2). Il suo nome divenne presto una parola familiare. Per il governo, una parola pesante.

Una lettura delle agenzie di stampa e della copertura in lingua inglese della stampa nel Sud-Est Asiatico fa meravigliare di come abbia fatto a sopravvivere fino a dove è arrivato. Gli italo-canadesi conoscono fin troppo bene l’esito di un’altra lotta tra magistrati – Falcone e Borsellino – e le forze che operano per i loro “interessi corporativi”, alla faccia del pubblico interesse.

La lotta tra il giudice presidente della Corte Suprema e il partito al governo è arrivata al capolinea quando, nel settembre del 2017, il giudice SK Sinha ha presentato una decisione di 799 pagine, unanime e graffiante, della Corte Suprema, annullando il 16 ° emendamento alla Costituzione (approvato dal Parlamento nel 2014) che conferisce al Parlamento il potere di rimuovere i giudici della Corte Suprema stessa.

Il governo ha dato il via a un fiume di attacchi finalizzati a infangare e mettere in grave difficoltà CJ Sinha. Amici e famiglia hanno iniziato a sentire la pressione. Nel giro di due settimane, in nome della “pace e onore” tra i rami del governo, CJ Sinha ha preso un periodo di congedo temporaneo.

Ma c’era poco da essere in pace. CJ Sinha ha fatto uscire sua moglie dal Paese, il 17 novembre ha rassegnato le sue dimissioni, dirigendosi prima a Singapore, poi in Australia e negli Stati Uniti.

A partire dal 4 luglio, è in Canada. Lui e sua moglie cercano entrambi rifugio. Hanno viaggiato attraverso tre “paesi terzi sicuri”. Nel febbraio del 2018, CJ Sinha ha presentato documenti come richiedente asilo negli Stati Uniti; sua moglie no. Non sono mai stati intervistati.

Il ministro canadese, Ahmed Hussen, ex rifugiato, avrà un problema?

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