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Cannabis, conto alla rovescia tra mille dubbi

Cannabis, conto alla rovescia tra mille dubbi

TORONTO – “La verità è una sola: nessuno è davvero pronto”. La parole di John Tory, durante l’editorial meeting al Corriere Canadese di due giorni fa, hanno pienamente colto nel segno, nella loro disarmante onestà.

Mancano appena sei giorni alla legalizzazione della cannabis in Canada e ancora siamo di fronte a mille dubbi e molte domande senza risposta.

E in fondo è anche normale, visto che siamo di fronte a una novità dalla portata epocale dal punto di vista sociale, economico e di costume. I molti, troppi punti interrogativi devono per forza di cose partire dal dibattito degli ultimi giorni sul potenziale consumo di marijuana da parte dei poliziotti fuori servizio e di tutte quelle altre professioni considerate “sensibili”.

Il chief di Toronto Saunders ha confermato che l’orientamento della polizia cittadina è quello di implementare un regolamento che prevede il divieto di consumo di cannabis per gli agenti nei 28 giorni precedenti l’entrata in servizio. Che tradotto, diventa un sostanziale divieto.

Ma a questo punto diventa problematico capire come verranno fatti i controlli. Saranno fatti a caso o sulla base di un possibile sospetto? Secondo gli studi più recenti, tracce di THC – il principio attivo della cannabis, quello che porta allo “sballo” – è rintracciabile nel sangue fino a 48 ore dopo il suo uso per un consumatore occasionale, che arrivano fino a 7 giorni per uno abituale.
Nelle urine la tracciabilità aumenta: una settimana per un consumo singolo, fino a 48 giorni per il consumatore abituale. Tracce di THC, infine, possono essere rintracciate dalle analisi di un capello fino a 90 giorni dal consumo, anche se nella comunità scientifica c’è chi contesta l’attendibilità di questo tipo di test.

Ma i problemi e le incongruenze relative alle restrizioni riguardano anche altre tipologie di lavoro. Le compagnie aeree, ad esempio si stanno muovendo a passi spediti per non farsi trovare impreparate. Air Canada la scorsa settimana ha annunciato una politica di tolleranza zero per una buona parte dei suoi dipendenti: non potranno consumare cannabis nel loro tempo libero piloti, personale di bordo, personale di controllo e ingegneri. Ieri è stata la volta di West Jet, che annunciato un regolamento simile.

In mancanza di normative precise da parte delle singole categorie, si dovrà fare riferimento all’Occupational Health and Safety Act (OHSA) e ai suoi singoli regolamenti: si tratta della legge che stabilisce le linee guida sulla sicurezza nei posti di lavoro. La norma prescrive che “i lavoratori che non sono in grado di svolgere la loro mansione in salute rappresentano un rischio per loro stessi e per i colleghi”. L’uso di alcool e marijuana costituisce una causa di questo “impedimento”.

Il problema semmai è che la legge non identifica il tempo che deve intercorrere tra il consumo di queste sostanze e il ritorno a lavoro. Gli esempi possono essere molteplici. Un infermiere consuma cannabis a scopo ricreativo: quando sarà in grado di svolgere le sue funzioni nel pieno delle sue capacità? E un vigile del fuoco? Un chirurgo? L’autista di uno school bus? Un tassista? Un pescatore a bordo di un peschereccio?

I successivi interventi legislativi a livello federale e provinciale non sono riusciti a superare questa zona d’ombra. Un discorso simile riguarda chiunque guida un’automobile. A sei giorni dalla legalizzazione si brancola ancora nel buio. A Toronto, per ora, sappiamo che la polizia avvierà controlli contro chi si metterà alla guida dopo aver fumato una canna. Lo farà senza alcun tipo di supporto strumentale, ma con i vecchi metodi utilizzati prima dell’introduzione del palloncino per controllare eventuali guidatori in stato d’ebrezza.

Mancherà, almeno nei primi mesi, uno strumento oggettivo e incontrovertibile capace di tracciare la presenza di THC negli automobilisti.

E non promette nulla di buono il clima che si inizia a respirare al confine con gli Stati Uniti. Washington ha fatto capire che a partire dal 17 ottobre applicherà anche lei una politica di tolleranza zero verso gli automobilisti che arrivano dal Canada: maggiori controlli e rischio – in caso di scoperta anche di piccoli quantitativi di cannabis nel veicolo – di essere messi al bando dagli States per sempre. Aspettiamoci lunghe code e file in tutti i passaggi di confine.

Ha destato stupore e indignazione la decisione del governo conservatore guidato da Doug Ford di permettere il consumo di cannabis negli spazi pubblici, laddove è consentito fumare sigarette. In questo caso – di fronte alla miopia della classe politica – dovrà entrare in gioco il buon senso dei cittadini.

Perché in linea teorica la legge voluta da Ford e da Caroline Mulroney permette di fumarsi uno spinello a 21 metri da una scuola, o da un asilo, per le strade, lungo i marciapiedi, nei parchi pubblici. Dovranno quindi essere i singoli a capire che cosa sia più giusto fare e come relazionarsi con chi non farà uso di marijuana.

Di fronte a tanti dubbi e incertezze, abbiamo un dato incontrovertibile: quella della cannabis sarà una vera e proprio miniera d’oro. Le compagnie della ’’weed economy’’ negli ultimi 18 mesi sono quelle che hanno registrato i maggiori guadagni nelle Borse Nordamericane. E se alcune aziende canadesi hanno già investito pesantemente in Colombia – per imparare dai “maestri” – altre multinazionali stanno fiutando l’affare e si preparano a reclamare la loro fetta di profitti.

Ieri Walmart Canada, infatti, ha annunciato la sua possibile intenzione di mettere in vendita nei suoi negozi prodotti a base di marijuana. Per ora non c’è nulla di sicuro, ma si potrebbe andare verso quella direzione. Pochi minuti, dopo l’annuncio, le azioni di Walmart hanno registrato un aumento del 3%.

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