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Adesso il Canada faccia tesoro della lezione che ci arriva dall’Italia

Adesso il Canada faccia tesoro della lezione che ci arriva dall’Italia

Adesso il Canada faccia tesoro della lezione che ci arriva dall’Italia

TORONTO – Il più grande sacrificio è dover rinunciare alle cose più semplici. A una stretta di mano, a un abbraccio, a un bacio sulla guancia, a un caffè e quattro chiacchiere al bar, a una cena a casa di amici, a un compleanno festeggiato in famiglia. Al contatto, anche fisico, che nella normalità scandisce la nostra vita quotidiana.

In questi giorni – immagino come tutti gli italocanadesi – ho sentito il bisogno di parlare con amici e parenti che vivono in Italia e praticamente tutti mi hanno detto che il sacrificio più pesante è quello della rinuncia alle cose che diamo per scontate.

La socialità, quel disperato bisogno di dover stare in mezzo agli altri e con gli altri per condividere, discutere, stare insieme, è stata messa in quarantena per arginare il contagio.

La comunità scientifica internazionale ormai nella sua interezza è orientata a indicare che il coronavirus, per via del suo e.etto moltiplicatore nel contagio, non risparmierà nessun Paese.

Già in altre aree dell’Europa, come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, hanno registrato un’impennata dei casi del tutto simile a quanto vissuto dall’Italia a partire dal 21 febbraio nelle prime due settimane dallo scoppio dell’emergenza.

Allo stesso modo anche in Nord America i segnali vanno verso la stessa direzione. Ora, non si tratta di fare allarmismo.

Sin dal primo giorno la linea che abbiamo seguito al Corriere Canadese è stata una sola: quella dell’equilibrio, quella del rimanere prepotentemente aggrappati ai fatti, ai numeri, alle statistiche. Evitando un duplice errore: da un lato quello di bollare l’epidemia come una semplice forma influenzale appena un po’ più aggressiva, dall’altro quello di lasciarsi andare ad inutili allarmismi, preambolo di un’apocalisse da fine dei tempi.

L’esperienza italiana è preziosa, la lezione che gli altri Paesi possono trarne non ha prezzo, perché da come sarà formulato la risposta – politica, amministrativa, sanitaria e, in un secondo momento, di intervento a sostegno all’economia – si potranno salvare vite umane.

Partiamo da un punto abbastanza ovvio, ma che vale la pena ricordare. Il sistema sanitario italiano, stando alle più autorevoli valutazioni fatte a livello internazionale, è uno dei migliori al mondo, se non il migliore.

Nonostante questo il peso del contagio sta mettendo in grande difficoltà l’intero sistema, in particolare la necessità di mettere in terapia intensiva un numero sempre maggiore di pazienti che hanno contratto il virus.

Solamente questo dovrebbe far capire ai Paesi che ancora non si trovano nella stessa situazione che non c’è tempo da perdere: bisogna prepararsi all’onda d’urto, che arriverà e sarà violentissima.

Non crediamo che l’approccio di Donald Trump, ad esempio, sia quello migliore: non più tardi di lunedì il presidente americano ha ribadito che l’influenza uccide molte più persone, anche negli Stati Uniti.

Senza però ricordare che si dovrebbe controllare il tasso di mortalità per fare una comparazione seria tra i due fenomeni: l’influenza non supera l’1 per cento, il coronavirus va dal 2 al 4 per cento, a seconda dei singoli Paesi.

E qui in Canada stiamo facendo abbastanza? La risposta del governo federale, per ora, è stata abbastanza blanda.

Il primo ministro Justin Trudeau ha nominato una commissione governativa, formata da alcuni ministri con il compito di coordinare eventuali iniziative per fare fronte a un’ipotetica futura emergenza. Forse è un po’ poco.

Le autorità sanitarie federali e provinciali si limitano a monitorare la situazione, fornendo update con cadenza giornaliera sul numero dei nuovi casi.

C’è ancora tempo per preparare un piano di contingenza e tabelle di marcia da seguire nel caso in cui il coronavirus dovesse dilagare anche in Canada. E questo affidandosi sin da subito agli esperti: la politica deve fare un passo indietro e seguire le indicazioni delle persone che hanno competenze professionali ed esperienze lavorative in grado di poter fare la differenza.

L’unico approccio sbagliato è quello dell’immobilismo: aspettare senza aver messo in preventivo il peggio, sperando che il peggio non arrivi mai. Ecco, quello sarebbe il più grave errore da fare e tutti quanti lo pagheremmo a caro prezzo.

Facciamo tesoro della lezione italiana e agiamo di conseguenza. Per evitare che anche qui in Canada si debba rinunciare alle cose più semplici, che sono anche le più importanti.