CorrCan Media Group

2019: un anno nuovo con nuove sfide

2019: un anno nuovo con nuove sfide

TORONTO – Un altro anno sta volgendo al termine. Alla fine del 2018 mancano ormai solo poche ore ma la certezza che quest’anno passerà alla storia è più che mai viva.

Mentre il 2018 si defila arriva un 2019 ricco di sfide a partire dalle elezioni federali di novembre in Canada a quelle in primavera per il rinnovo dell’assemblea di Bruxelles, le più importanti per l’Unione europea dalla sua fondazione e le prime dopo la Brexit.

Non si può negare che l’approvazione del governo di Ottawa del Federal Cannabis Act approvato a giugno ed entrato in vigore il 17 ottobre scorso, sia stata di portata storica.

Il Canada è diventato il secondo paese al mondo, dopo l’Uruguay, a legalizzare completamente il consumo di marijuana a scopo ricreativo.

Le promesse si sa, vanno mantenute, e il primo ministro Trudeau ha voluto tener fede alla parola data nella campagna elettorale del 2015. «Ho fiducia che riconquisteremo una buona parte del mercato che ora è quasi tutto nelle mani del crimine organizzato», aveva detto il premier liberale.

E così allo scoccare della tanto attesa ora “X” il popolo della cannabis ha festeggiato con interminabili party “coast to coast”. Ogni provincia del Canada ha le proprie regole per l’acquisto.

L’età minima, ad esempio, è ovunque di 19 anni tranne che in Alberta dove è di 18 e in Quebec è di 21 anni. Proprio le differenze tra le varie legislazioni provinciali, che applicano la legge ciascuna con le proprie modalità, ha comportato una ricezione abbastanza frammentata della normativa sulla cannabis pur rimanendo all’interno del quadro giuridico stabilito dal governo centrale.

Le singole province stabiliscono in quali luoghi la cannabis può essere venduta e in quali può essere consumata, mentre la rivendita viene effettuata sia in negozi gestiti direttamente dallo stato che appartenenti a privati cittadini.

In Canada la marijuana venne inizialmente messa fuori legge nel 1923, sull’onda delle leggi proibizioniste emanate da vari stati dei vicini Stati Uniti a partire dall’inizio del novecento, e rilegalizzata per il solo uso medico solamente nel 2001 grazie al Marihuana Medical Access Regulations, che garantiva il consumo della sostanza ai malati terminali e nel contesto di cure palliative contro il dolore cronico.

Critici nei confronti della recente manovra rimangono tuttavia alcuni medici come Diane Kelsall, capo redattrice del Canadian Medical Association Journal, che ha definito la legalizzazione della cannabis “un esperimento nazionale incontrollato in cui i profitti dei produttori di cannabis e le entrate fiscali sono a scapito della salute dei canadesi”.

In ogni caso Statistics Canada ha previsto che gli introiti provenienti dalla vendita di cannabis contribuiranno alla crescita economica del paese fino ad 1,1 miliardi di dollari canadesi, permettendo inoltre allo stato di incamerare oltre 400 milioni di dollari grazie alle tasse.

Non ha avuto una risonanza mondiale al pari della marijuana, ma anche le elezioni del 7 giugno scorso sono state pari a un terremoto. L’onda blu del progressive Conservative guidata da Doug Ford ha travolto e pressochè annientato – dopo 15 anni di governo – i liberali ed ha arginato l’espansione dell’Ndp in Ontario che mai come in questa occasione aveva creduto di avere i numeri per fare il grande salto.

Per il Progressive Conservative è stata una vittoria storica con 76 seggi conquistati nella legislatura della provincia: 49 i seggi vinti che hanno assicurato al partito di Ford la maggioranza in Parlamento.

Non è andata come previsto per i neodemocratici che hanno dovuto, con 40 seggi, accontentarsi di diventare il partito u°ciale dell’opposizione.

Disfatta invece per i liberali che sono riusciti a vincere 7 seggi perdendone ben 48 oltre allo lo status di partito ufficiale in Ontario.

Infine, il leader del Green Party dell’Ontario, Mike Schreiner, è entrato nella storia come il primo parlamentare del Partito verde eletto nella provincia. Ford ha vinto cavalcando l’onda populista e sfruttando il calo di fiducia nei liberali.

Il premier – con l’opposizione alla carbon-tax, i tagli alle imposte sul reddito, l’abbassamento del prezzo della benzina di 10 centesimi – ha parlato alla pancia degli elettori. E l’ha spuntata.

Ma molti di coloro che si sono uniti alla Ford Nation hanno sottovalutato i danni che la scure di Doug – che ha tagliato numerosi programmi sociali ed ha bloccato l’aumento del minimo salariale – avrebbe fatto. Sei mesi dopo la luna di miele è già finita.

Questo 2019 ha tutta l’aria di portare con sé maretta.

More in Redazione