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Sanità: Italia tra le prime al mondo, Canada dietro

Sanità: Italia tra le prime al mondo, Canada dietro

Sanità: Italia tra le prime al mondo, Canada dietro

TORONTO – Un risultato che potrebbe davvero sorprendere molti. Il servizio sanitario nazionale italiano è nono al mondo per qualità, dopo Islanda, Norvegia, Olanda, Lussemburgo, Australia, Finlandia, Svizzera e Svezia.

È la certificazione che arriva dal Global Burden of Disease Study, pubblicato sulla rivista The Lancet Public Health e coordinata dall’Irccs Materno-Infantile Burlo Garofolo di Trieste.

“Ne emerge un quadro globalmente positivo, pur con alcune criticità” afferma uno degli autori dello studio. La qualità dei sistemi sanitari dei vari Paesi è stata misurata con l’indice Health access and quality index o Haq, che tiene conto di diversi parametri di qualità e accesso alle cure.

Lo studio ha confrontato anche i cambiamenti nel tempo delle perfomance del Servizio sanitario nazionale – in particolare dal 1990 al 2017 – usando indicatori come la mortalità, le cause di morte, gli anni di vita persi e quelli vissuti con disabilità, l’aspettativa di vita alla nascita e molto altro.

Tra le criticità evidenziate, i ricercatori hanno sottolineato il fatto che la popolazione stia invecchiando rapidamente. In Italia esiste infatti – già da diversi anni – uno dei tassi di fertilità più bassi al mondo, pari all’1,3%, ed una tra le più alte speranze di vita.

Questi fattori stanno cambiando il panorama epidemiologico delle malattie, aumentando il carico delle patologie croniche dell’invecchiamento, dei problemi di vista e udito, sino all’Alzheimer.

Gli anni di vita con disabilità, legati alle demenze, sono aumentati del 78% – dal 1990 al 2017 – mentre i decessi per Alzheimer sono più che raddoppiati, col 118% in più.

L’altro aspetto significativo è che dal 1990 ad oggi è aumentata gradualmente la spesa privata del cittadino per la salute, di pari passo con una riduzione del finanziamento pubblico alla salute. Riduzione che, quindi, “non è frutto di un’aumentata efficienza del servizio sanitario”.

In particolare, dal 2010 al 2015 il finanziamento statale in rapporto al Pil è sceso dal 7% al 6,7%, mentre la spesa privata per la salute è passata dall’1,8% al 2%.

Inoltre la spesa complessiva per la salute in rapporto al Pil dal 1995 è aumentata dell’1,15%. Incremento assorbito – però – non dalla spesa pubblica, ma da quella privata.

La ricerca mette anche in luce che dal 1990 al 2017 i tassi di morte per patologie cardiovascolari si sono ridotti del 54%, quelli per tumore del 28%, quelli per incidenti stradali del 62%.

Tuttavia ancora i cattivi stili di vita fanno molte vittime: nel 2017 circa 44.400 decessi per tumore sono stati attributi al fumo, 12mila al consumo di alcolici, 9.500 a sovrappeso e obesità, mentre ben 47mila decessi per malattie cardiovascolari potrebbero essere attribuiti al colesterolo alto, 28.700 all’alimentazione povera di cereali integrali, 15.900 alla scarsa attività fisica.

Secondo la classifica mondiale stilata invece dalla statunitense Health Care Rankings, l’Italia risulta addirittura essere al secondo posto nel mondo – per qualità del servizio sanitario nazionale, mentre il Canada è al trentesimo posto e gli Stati Uniti al trentasettesimo, su 190 Paesi presi in considerazione.

In un analogo rapporto redatto dal The Commonwealth Fund, il Canada – tra i Paesi aderenti al Commonwealth – risulta al terzultimo posto della classifi ca.

Al Canada non viene criticata certo l’eccellenza di alcune sue strutture ospedaliere: si pensi infatti alla concentrazione di grandi ospedali – ad esempio – su University avenue, a Toronto, tra i più effi cienti e rinomati al mondo, tra cui il Sick Children, il Mount Sinai o il Princess Margaret, tanto per citarne alcuni.

Le problematiche che relegano il Canada nelle posizioni di rincalzo – specie tra i Paesi più sviluppati – nella classifica internazionale per la qualità del servizio sanitario sono i tempi di attesa dalla durata cronica nei pronto soccorso, quelli altrettanto lunghi per ottenere una visita con un medico specialista, la difficoltà a reperire medici di famiglia disposti ad accettare nuovi pazienti, ed infine l’alto indice di mortalità infantile che si registra tra le comunità indigene.