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‘Giustizia non fatta’, la verità del generale Cornacchia

‘Giustizia non fatta’, la verità del generale Cornacchia

‘Giustizia non fatta’, la verità del generale Cornacchia

TORONTO – Si intitola “Giustizia non fatta: Pasolini-Moro-Pecorelli” il libro scritto dall’ex generale dei Carabinieri, Antonio Cornacchia, e pubblicato da Armando Curcio Editore.

Trecentosessanta pagine che racchiudono i retroscena di vicende che hanno segnato la storia italiana e che il generale Cornacchia ha vissuto in prima persona: ancora una volta – questo è il suo terzo libro (qui a fianco, la copertina) – con il nome in codice Airone I, racconta alcune cruciali vicende di quegli “anni di piombo”.

Fu proprio lui, all’epoca comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma, a rinvenire il corpo di Aldo Moro nel portabagagli della Renault 5 di colore rosso parcheggiata in via Caetani a Roma (nella foto sotto).

E così il sequestro e l’uccisione dello statista democristiano, i retroscena dei casi Pecorelli e Pasolini vengono ripercorsi attraverso la testimonianza personale del generale che ha lavorato, tra l’altro, anche sui casi Concutelli e Feltrinelli, che ha operato a fianco del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel periodo della lotta alle Brigate Rosse ed il quale ha arrestato il criminale Renato Vallanzasca.

Di aneddoti e particolari da raccontare il generale – nato a Monteleone di Puglia, in provincia di Foggia, 89 anni fa – ne ha a bizzeffe. E lo fa con grande lucidità, sciorinando nomi, date, dettagli. Perché, dice, la verità non è sempre quella che viene raccontata.

Giustizia non fatta: generale perché ha scelto questo titolo? «Nonostante i processi celebrati e nonostante le 5 o 6 commissioni parlamentari, la relazione finale definisce la verità ‘dicibile e indicibile’. Quella dicibile è conosciuta da molto tempo perché i rappresentanti delle istituzioni italiane hanno fatto un accordo per far sì che i brigatisti usufruissero, tra le altre cose degli sconti di pena… ecco una cosa assurda perché noi lavoravamo per arrestarli, mentre lo Stato cercava di fare trattative… La verità indicibile è quella invece che cela i nomi di coloro che hanno fatto cosa hanno voluto, all’insegna dell’ingiustizia e dell’illegalità nel gestire il potere politico che in quella circostanza amministravano».

Lei quindi lancia pesanti accuse allo Stato… «Io nel libro ho lanciato accuse allo Stato e ho fatto nomi e cognomi dei responsabili. Loro, ad esempio, sostengono che il caso Moro andava inquadrato in un contesto internazionale – questo l’ho sostenuto anch’io – l’Italia si trovava in uno spartiacque tra i due blocchi della Guerra Fredda, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti per intenderci, e noi ci trovavamo al confine e dovevamo subire le naturali e comprensibili conseguenze di questa nostra posizione geopolitica. Moro era quindi pericoloso, non era ben visto, era scomodo sia ai sovietici che agli americani perché il suo progetto democratico era finalizzato a far sì che nel governo entrassero anche i comunisti e ovviamente gli americani non erano d’accordo. A dire il vero non lo volevano neppure i russi perché il partito comunista sarebbe diventato democratico e non staliniano come era prima, quindi avrebbe perso di mordente. Moro era malvisto quindi, però l’America e i sovietici non volevano l’eliminazione fisica di Moro ma la sua eliminazione dal punto di vista politico, volevano evitare che portasse a compimento questo suo progetto democratico».

Quindi chi eliminò politicamente Aldo Moro? «Il piano lo fece il segretario di Stato americano, Henry Kissinger: l’assistente del Dipartimento di Stato statunitense Loewenstein, dipendente di Kissinger, fabbricò lo scandalo Lockheed che forniva aerei da trasporto C-130. Venne fatto risultare che furono pagate tangenti e tra i politici che usufruirono di queste tangenti c’era anche Moro, invece non era affatto così».

Chi invece, secondo lei, favorì la sua eliminazione dal punto di vista fisico? «Fisicamente sono stati i suoi amici a toglierlo di mezzo, Andreotti, Cossiga, Zaccagnini e gli altri. Inizialmente, quando lo sequestrarono, si dettero da fare per cercare di liberarlo – rivolgendosi pure alla ’ndrangheta, alla mafia e alle organizzazioni criminali – poi verso la metà di aprile revocarono questo interessamento a interessarsi di Moro alle organizzazioni criminali. Andreotti non voleva che si scendesse a patti con le Br per una fantomatica astratta ragion di Stato. Ma come? Quando il giudice Sossi fu sequestrato si scese a patti, per l’assessore di Napoli, Ciro Cirillo, si fece lo stesso e venne liberato, per Moro non agirono allo stesso modo. E questo perché Moro dava fastidio ai suoi stessi amici».

Con il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Moro i brigatisti hanno sferrato un vero e proprio attacco al cuore dello Stato… «Sì, è andata proprio così. Poi i pentiti delle Br hanno capito che il loro piano di azione per colpire al cuore lo Stato non aveva più gli appoggi iniziali del popolo a causa dei troppi omicidi che avevano insanguinato l’Italia ed hanno preferito usufruire a quel punto degli sconti di pena. Ecco, io ce l’ho a morte con quelli che sono scesi a patti, a noi ci ammazzavano e loro scendevano a patti. Le istituzioni che avrebbero dovuto agevolare il nostro compito invece remavano contro di noi. Eppoi i vari Andreotti, Cossiga sapevano dove si trovava Moro ma a noi non lo dicevano».

Nel libro lei racconta episodi di cui è stato testimone, andando controcorrente rispetto a quello che è stato detto. Perché sente il bisogno di dire la sua verità? «Io dico la verità, dico quello che è successo. Ho seguito tutto quello che è successo nei fatidici 55 giorni della sua prigionia, dal 16 marzo al 9 maggio 1978, quando trovai Moro morto nella macchina a Via Caetani, in pieno centro di Roma. Non tutti accettano che io sia così esplicito ma io contesto la dietrologia. Il mio vissuto non può essere dietrologico e io voglio farlo conoscere a tutti».

Generale, lei ha scritto che Moro non è stato colpito in punti vitali… «Sì, è stato colpito 11 volte, dieci colpi all’altezza del cuore, ma nessuno lo ha colpito direttamente al cuore. È morto dissanguato dopo 12-15 minuti, è morto soffrendo tantissimo. Ho assistito all’autopsia che è durata 2 ore e 40 minuti. Ricordo che aveva la lingua stretta tra i denti…».

Generale Cornacchia, lei è un uomo dalla personalità vulcanica, è sempre in movimento, continua a lavorare… «Sì, ho lo spirito di un ragazzo. Da 12 anni sono Ispettore Regionale dell’Associazione Nazionale Carabinieri dell’Umbria e chissà, tra cinque anni magari mi ricandido… Intanto tengo conferenze e scrivo libri».

Dopo Airone 1. Scene da un’epoca, Airone 1. Retroscena di un’epocae Giustizia non fatta, appena pubblicato, sta già lavorando alla stesura di un altro libro? «Guardi che l’ho già scritto e uscirà a gennaio. Posso dirle anche il titolo: “Uccidete Moro – Verità celate tra spiritismo e depistaggio”. Pensi che qualcuno si era anche inventato una seduta spiritica per trovare Moro…».

Generale lei due anni fa è venuto a Toronto su invito del Club Monteleone… «Sì, è stata una bellissima esperienza. Quando ne parlo con Ennio (il maresciallo Fabiani che lo ha accompagnato, ndr), mi assale una grande nostalgia… Magari ci ritorno, chissà…».