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Leadership, inizia la partita a scacchi sulle candidature

Leadership, inizia la partita a scacchi sulle candidature

TORONTO – Non scoprire le proprie carte troppo presto, assicurarsi l’appoggio dei notabili, adulare la classe dirigente e costruirsi un rapporto con la base.

È iniziato in questi giorni, sottobanco e lontano dai riflettori, il lavoro certosino dei potenziali candidati per la corsa alla leadership del Partito Conservatore.

A differenza del 2017, la tabella di marcia per la successione di Andrew Scheer sarà caratterizzata da tempi rapidi: non c’è spazio per le indecisioni e le titubanze, chi ha intenzione di correre dovrà sciogliere le ultime riserve in pochi giorni e ufficializzare la propria candidatura entro la prossima settimana.

Al momento i papabili di peso preferiscono rimanere dietro le quinte: nessuno tra i potenziali candidati più importanti si è dichiarato apertamente, aspettando di vedere chi farà la prima mossa.

Ieri è iniziata ufficialmente la corsa di Bryan Brulotte, imprenditore di successo con alle spalle una militanza trentennale tra i conservatori ma con nessuna esperienza di politica attiva.

Brulotte ha presentato il suo programma, un documento intitolato A Country for All (Un Paese per Tutti) dove vengono delineate otto proposte politiche che dovrebbero essere la base della futura piattaforma programmatica del Partito Conservatore.

Si va da una maggiore tassazione per i più ricchi a una bozza di piano per contrastare i cambiamenti climatici, passando per un progressivo decentramento delle funzioni del governo federale.

Tra le proposte, anche quella di trovare un’isola caraibica disposta a diventare una nuova provincia del Canada.

Insomma, un po’ poco per un partito che ancora si sta leccando le ferite dopo la sconfitta alle urne dello scorso 21 ottobre, un partito lacerato dalle divisioni interne che se non hanno provocato le dimissioni di Andrew Scheer, quanto meno le hanno facilitate. Serve ben altro, in termini di carisma, competenza e preparazione.

Anche perché in questa corsa alla leadership tory giocheranno un ruolo decisivo anche le regole sui meccanismi di elezione del nuovo capo di partito.

Dobbiamo ricordare, infatti, che le associazioni locali sono suddivise in 338 distretti federali – che combaciano con le circoscrizioni elettorali – ad ognuno dei quali viene attribuito un punteggio di cento punti nella fase elettiva.

E questo a prescindere dal numero degli iscritti: in sostanza la base presente nei riding più piccoli avrà un peso decisionale maggiore rispetto a quella dei più grandi.

Questa dinamica si può ampliare anche su base provinciale. Per esempio in Quebec, dove i conservatori hanno preso solamente 700mila voti alle ultime elezioni federali: qui saranno 78 i distretti che voteranno per il nuovo leader.

In Alberta invece, dove i tory hanno preso più di un milione e mezzo di preferenze e dove è numerosissima la base di iscritti al partito, i distretti che voteranno sono appena 33, meno della metà.

In definitiva chi ha intenzione di vincere la corsa dovrà essere capace di dialogare con le varie aree geografiche del Paese, imparando bene anche dalla lezione del 2017, quando il quebecchese Maxime Bernier – che arrivò secondo – ebbe un forte sostegno nelle province dell’Ovest e dove Andrew Scheer – che poi vinse al 13esimo ballottaggio – superò il rivale proprio nella provincia francofona.

In ogni caso la differenza, come sempre, la farà la qualità delle singole candidature, insieme ai giochi delle alleanze che si svilupperanno nei prossimi mesi.

Tra i nomi più gettonati per la candidatura alla leadership ci sono l’ex ministro Peter MacKay, l’ex leader ad interim Rona Ambrose, i deputati Pierre Poilievre, Michelle Rempel Garner, Erin O’Toole e Candice Bergen.

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