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Candidature di disturbo, bilinguismo e veleni: si parte col piede sbagliato

Candidature di disturbo, bilinguismo e veleni: si parte col piede sbagliato

Candidature di disturbo, bilinguismo e veleni: si parte col piede sbagliato

TORONTO – Accuse, veleni e ripicche. Candidature di disturbo, polemiche – un tormentone che torna sempre – sul bilinguismo, senza dimenticare il bisogno di andare a rispolverare vecchi cavalli di battaglia ormai superati dai fatti e dalla storia, come i matrimoni gay, i diritti della comunità LGBTQ.

Fino a questo punto la corsa alla leadership del Partito Conservatore non sta oŽffrendo un grande spettacolo. Bisogna partire da un dato di fatto: i conservatori hanno perso le ultime elezioni federali. E lo hanno fatto contro un primo ministro uscente travolto dagli scandali – SNC Lavalin, lo scivolone delle foto sul blackbrown face – costretto ad arrancare nei sondaggi per buona parte del 2019.

Il suo leader, Andrew Scheer, per usare una frase di Peter MacKay, “ha sbagliato un gol a porta vuota”. Una parte consistente dell’elettorato canadese non ha potuto accettare le sue ambiguità sul fronte dei diritti e della diversità e questo atteggiamento, il leader conservatore, lo ha pagato a duro prezzo alle urne.

Il 12 dicembre scorso lo stesso Scheer ha deciso di dimettersi sull’onda dello scandalo nato dal presunto pagamento delle rette scolastiche per i suoi figli in prestigiose scuole private con fondi raccolti dal partito. È da questo scenario, desolante, che bisogna partire.

La parola d’ordine è una sola: voltare pagina. Ne esce quindi la necessità di un serio confronto programmatico per rilanciare il partito, con la presenza di candidati seri e credibili capaci di ridare forza ed entusiasmo a una base ancora scottata per la vittoria – seppur dimezzata – di Justin Trudeau lo scorso ottobre.

Per ora ci ritroviamo un solo candidato di peso, MacKay, che parte con un netto vantaggio. Grande esperienza nel partito, alla House of Commons e al governo – è stato tra l’altro ministro degli Esteri, della Difesa e della Giustizia – solida rete di contatti nella nomenklatura conservatrice e buone relazioni con le associazioni locali e territoriali del partito.

Al momento sono stati ben 18 deputati a dargli il loro endorsement: gli ultimi tre, ieri, arrivano da Bernard Généreux (eletto a Montmagny-L’Islet-Kamouraska-Rivière-du-Loup), Bob Saroya (Markham-Unionville) e Len Webber (Calgary Confederation).

Erin O’Toole, allo stato attuale, sembra essere l’unico avversario capace – almeno sulla carta – di impensierire MacKay.

In questa primissima fase della campagna sta cercando di posizionarsi a destra dell’ex ministro della Giustizia, dipingendolo come troppo vicino centrista e vicino al Partito Liberale. Non sappiamo fino a che punto questa strategia possa dare frutti.

Magari servirebbe una maggiore demarcazione nell’oŽfferta programmatica, nella visione del partito e del Paese, nella formulazione di ricette politiche ed economiche che vadano aldilà degli slogan e dei talking point.

Per ora O’Toole si è guadagnato il sostegno ufficiale di appena due deputati: Greg McLean (eletto a Calgary Centre) e Alex RuŽ (ex colonnello dell’esercito eletto a Bruce-Grey-Owen Sound).

Ieri il dibattito è ruotato attorno all’eventuale partecipazione al Pride in caso di vittoria: MacKay ha dichiarato che sfilerà a Toronto, mentre O’Toole non lo farà fino a quando non sarà permesso alle forze di polizia di partecipare in divisa.

Ma questa corsa alla leadership è caratterizzata anche dalle candidature di disturbo, di nomi che si vanno a sommare e che si moltiplicano nella griglia di partenza senza reali possibilità di vittoria.

Ieri è stata la volta di Jim Karahalios, avvocato senza alcuna esperienza di politica attiva alle spalle, conosciuto per aver fondato l’associazione Axe The Carbon Tax contro le politiche ambientali del governo federale e il gruppo Take Back Our PC Party, con il quale ha avuto dei problemi anche di carattere legale con il Progressive Conservative dell’Ontario. Nel suo programma sottolinea la necessità che il partito si apra, anche nella sua dirigenza, a chi non è mai stato politico di professione.

Nel frattempo è scoppiata ancora una volta la polemica sul bilinguismo. Ad alimentarla è stata la stampa francofona in Quebec – in particolare Le Journal de Montreal e Le Journal de Quebec- che hanno fatto le pulci sia a MacKay che a O’Toole per la loro scarsa conoscenza del francese.

Il primo discorso dell’ex ministro è stato analizzato e sono stati messi in risalto errori sintattici, logici e grammaticali commessi da MacKay mentre lanciava la sua campagna con un breve messaggio in francese. Siamo arrivati a questo.

Anche O’Toole è stato accusato di conoscere bene solamente la lingua inglese.

Verrebbe quasi voglia di dire che in un Paese multiculturale come il Canada, dove milioni di cittadini non sono di madrelingua inglese o francese, sarebbe necessario per gli aspiranti leader di partito – e quindi, di conseguenza, potenziali primi ministri – parlare fluentemente una terza lingua. Ma lo diciamo sottovoce, non vorremmo che prendessero sul serio questo suggerimento.