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La pennica… il pisolino… il sonnellino… la siesta

La pennica… il pisolino… il sonnellino… la siesta

La pennica… il pisolino… il sonnellino… la siesta

Esiste un’ipotesi secondo cui si può giudicare quanto sia importante un concetto per una popolazione sulla base di quante parole possegga la loro lingua per parlarne. Di solito si citano al riguardo gli eschimesi e il gran numero di termini che avrebbero per parlare della neve.

L’idea è stata da tempo smontata dalle ricerche linguistiche, ma è comunque suggestivo ricordare le tante parole che la lingua italiana possiede per parlare del riposino pomeridiano. Per citarne poche: la “pennichella” o anche “pennica” dei romani, oppure la dormitina, il pisolo/pisolino da “schiacciare”, il sonnellino e perfino – ringraziando gli spagnoli – la siesta. Tutto ciò quando l’italianissima tradizione del riposo postprandiale è perlopiù scomparsa negli ultimi decenni, vittima dell’anglo-sassonizzazione del mondo di lavoro.

Proprio mentre l’Italia abbandonava l’antica abitudine, i pubblicisti della managerialità Usa hanno tirato fuori la “power siesta”, dando la stura a un impressionante corpo di ricerca riguardo ai benefici sugli stati emotivi e cognitivi dei lavoratori forniti da piccoli periodi di riposo di 10-20 minuti nel corso della giornata.

Sono ancora poche le aziende occidentali che ne incoraggiano l’uso, mentre in Giappone la pratica dell’inemuri – dormicchiare sulla scrivania – è percepita come un segno di forte dedizione al lavoro. Però, la “pennica” pare cominci – lentamente – a penetrare la cultura di aziende come Google, Uber, Nike e Proctor & Gamble.

Oltre alla difficoltà di imporre ritmi di lavoro asiatici, la reazione del capoufficio in Occidente tende ad essere: “Perché dovrei pagare qualcuno per dormire?” Appisolarsi sulla scrivania pare un vizio, non un pregio.

Secondo uno studio recente sulla resistenza alla reintroduzione della dormitina – “Challenging the stigma of workplace napping”, di tre ricercatori dell’americano Walter Reed Army Institute of Research – la domanda degli scettici sarebbe mal posta. Bisognerebbe chiedersi invece quanto si perde facendo lavorare personale affaticato…

Per i tre, il costo della stanchezza sul lavoro ammonta a 136 miliardi di dollari l’anno negli Usa. Lede il rendimento, influisce negativamente sull’assenteismo, sulle spese sanitarie, sugli incidenti sul lavoro e nel tragitto da e verso casa. “Pertanto”, scrivono, “continuare a scoraggiare il pisolino quando è necessario potrebbe costare di più al datore di lavoro che permettere ai dipendenti di incrementare il sonno giornaliero e dunque l’alertness, la prontezza e l’attenzione”.