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Back to work: la fine dello (sgangherato) “home working”

Back to work: la fine dello (sgangherato) “home working”

Back to work: la fine dello (sgangherato) “home working”

È davvero presto per sapere com’è andato a finire l’ardito e abbastanza sgangherato esperimento di “home working” – recentemente divenuto “lavoro agile” in burocratese – imposto dall’avvento del Coronavirus. Le informazioni sull’esito sono perlopiù aneddotiche e variano a seconda degli interessi delle organizzazioni che le riferiscono. Almeno per quanto riguarda le aziende, se ne avranno notizie concrete solo quando si cominceranno a tirare le somme in autunno.

Qualcosa invece filtra dai paesi anglosassoni, con la fissa della raccolta e analisi dei dati che li caratterizza. Anche l’Italia raccoglie dei dati, ma preferisce attendere per analizzarli fino a quando non si saprà bene cosa dovrebbero dimostrare…

Ad ogni modo, emerge una prima sorpresa, almeno all’estero. Il grande dubbio è stato quello della produttività. Nel caso dei lavori semplici che si svolgono prevalentemente al telefono, un comune risultato è stato un inatteso balzo della produttività. Molti capiufficio, il cui mestiere è in fondo quello di assicurare il livello di produzione dei dipendenti, si aspettavano un crollo una volta che i loro sottoposti non fossero più stati controllati “a vista”. Alcune aziende internazionali ora riferiscono di aumenti iniziali dei volumi di lavoro anche superiori al 10 per cento.

Altri dati interessanti riguardano la “job satisfaction” dei lavoratori da casa. I primi risultati internazionali sono molto variabili – e la variazione è spesso una funzione dell’età. La cosa è controintuitiva perché i più giovani – in teoria maggiormente “digitalizzati” – dovevano, si pensava, essere i più felici delle nuove condizioni di lavoro. Invece, spesso non è così. Agli impiegati giovani manca il contatto e la vita sociale che gli dà l’ufficio. È lì che vedono gli amici e forse fanno la corte a qualcuno/a. Diversamente, i dipendenti di lungo corso a volte paiono perfino felici di non dovere continuamente sopportare la compagnia dei colleghi.

Emergono anche nuovi problemi non subito ovvi, specialmente relativi al “rientro”. Mentre sono evidenti quelli della riorganizzazione degli spazi per rispettare il “social distancing”, le difficoltà potenzialmente più gravi riguardano i rapporti tra i “rientrati” e quelli che resteranno piuttosto a lavorare da casa – non pochi, se è vero che gli uffici non potranno più accogliere lo stesso numero di dipendenti di prima.

Il problema è che, a meno di non essere il “padrone”, non si comanda da casa. I capi e i loro gregari rientrano negli uffici, i lavoratori rimasti a domicilio spesso vengono percepiti – e si percepiscono – come i “peones” che lavorano nei campi. Scompare l’illusione di “carriera” e si allarga una divisione tra le parti che tendono a disprezzarsi reciprocamente. Addio alla “missione condivisa”, una volta obiettivo chiave della conduzione del personale…