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L’Iran piange Soleimani e la figlia promette agli USA “giorni bui”

L’Iran piange Soleimani e la figlia promette agli USA “giorni bui”

L’Iran piange Soleimani e la figlia promette agli USA “giorni bui”

TEHERAN – La figlia del generale Qasem Soleimani, Zeinab, ha minacciato che “verranno giorni bui per gli Stati Uniti e Israele”. Lo ha dichiarato nel suo intervento durante la cerimonia funebre per suo padre, svoltasi ieri a Teheran, davanti ad una folla oceanica stimata in milioni di persone.

“Pazzo Trump, non pensare che tutto sia finito con il martirio di mio padre” ha affermato la donna, sottolineando che gli “americani vedranno la morte dei loro figli”.

Intanto, quella tra Iran e Stati Uniti sebbene sia una guerra non ufficialmente dichiarata, rimane pur sempre un conflitto insinuante, pieno di incognite.

Un braccio di ferro estenuante che va avanti da decenni, almeno dal 1979, quando i ’guardiani della rivoluzione’ (guidata dall’ayatollah Khomeini, ndr) occuparono per 443 giorni l’ambasciata americana a Teheran, con la presa in ostaggio di 52 tra diplomatici ed impiegati statunitensi.

Khomeini poi irrise – a più riprese – Jimmy Carter, ma restituì a Ronald Reagan gli ostaggi, all’inizio del suo mandato.

Gli americani, il 3 luglio del 1988, abbatterono ’per errore’ un aereo passeggeri dell’Iran Air con 290 persone a bordo, con un missile lanciato dalla nave da guerra USS Vincennes, che navigava nello stretto di Hormuz.

Pochi mesi dopo, due agenti dei servizi segreti libici di Gheddafi – che forse intese così vendicare quella strage ed attaccare al contempo i nemici americani – misero una bomba a bordo di un jumbo 747 della Pan Am, che esplose sui cieli scozzesi di Lockerbie, uccidendo 270 persone.

Se i Bush – padre prima e figlio poi – furono impegnati a più riprese nella guerra con l’Iraq sunnita di Saddam Hussein, odiato nemico dell’Iran a maggioranza sciita, Bill Clinton rimase su piani di una certa pur fredda diplomazia con Teheran.

Anche Barack Obama riuscì a dialogare in qualche modo con l’ostico e per taluni lunatico Mahmoud Ahmadinejad, seppure tra mille reciproche diffidenze.

Ma Donald Trump ha ora colpito basso, senza alcuna remora, con l’uccisione a sangue freddo del generale Soleimani, amatissimo ed altrettanto temuto in Iran.

E adesso? Che scenari si aprono tra USA ed Iran? Dalla tremenda guerra degli anni ’80 con l’Iraq, che all’Iran costò oltre un milione di morti, l’essenza della strategia del regime – sino ad ora incarnata da Soleimani – era stata di evitare un altro conflitto in campo aperto.

Ora, sia la sua assenza nelle discussioni tra i leader, sia la rabbia generata dalla sua morte possono scalfire questa cautela.

L’Iran deve calibrare la risposta, se non vuole che il conflitto gli entri in casa. E il suo stratega principale non c’è più.

Soleimani comandava le guardie della rivoluzione da 22 anni ed era dato perfino tra i possibili successori di Khamenei come guida suprema del Paese.

C’era lui dietro tutte le scelte decisive, dal salvataggio di Assad in Siria, alla guerra all’Isis. E Khamenei ha continuato a sostenerlo anche dopo i colpi a vuoto: l’impossibilità di creare basi stabili in Siria per via degli attacchi israeliani e le manifestazioni popolari che chiedevano di investire nelle riforme anziché nelle guerre. Sino al bagno di sangue di novembre scorso, col massacro di centinaia di persone che manifestavano contro il caro-benzina.

Difficile invece decifrare ora la strategia di Trump, passato dalla denuncia del trattato sul nucleare iraniano, alla richiesta – respinta – di un incontro con Rouhani, dall’annuncio del ritiro dalla Siria, ad un cambio di 180 gradi con il dispiegamento di combat troops, gli attacchi alle milizie filo iraniane ed infine l’uccisione di Soleimani.

Sino a quattro mesi fa, Trump era circondato dai cosiddetti ’falchi’ in seno al National Security Council, e poi ha licenziato John Bolton.

Trump ha ancora le forze armate più preparate e la migliore intelligence del pianeta, ma nessuno capace di un pensiero strategico come quello che aveva Bolton.

Potrebbe quindi infilarsi in una guerra feroce, ma senza un vero e proprio piano, seppur appoggiato dal Pentagono ma non dal Congresso, a cui non ha chiesto proprio nulla prima di far uccidere Soleimani.