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Killer e vittime, è polemica tra le famiglie

Killer e vittime, è polemica tra le famiglie

TORONTO – C’è attesa per i risultati delle autopsie condotte sui cadaveri di Bryer Schmegelsky e Kam McLeod trovati una settimana fa nelle vicinanze del Nelson River, in Manitoba.

Che i corpi appartengano ai due fuggiaschi della British Columbia sembra quasi certo ma quelle che verranno chiarite saranno anche le cause che hanno determinato la morte dei due ragazzi.

Scomparsi nel nulla il 15 luglio dopo gli omicidi del docente della British Columbia University Leonard Dyck e dei turisti Lucas Fowler e Chynna Deese, la caccia ai due ragazzi si è protratta per oltre due settimane.

Una fuga disperata, la loro, che dalla British Columbia è continuata in Saskatchewan fino al Manitoba dove poco distante da Gillam è stato trovato bruciato il veicolo sul quale viaggiavano.

La settimana scorsa la svolta alle indagini con il ritrovamento di oggetti dei due presunti killer lungo la riva del Nelson River e il giorno dopo dei due corpi senza vita.

Intanto Kennedy Deese, sorella di Chynna, tramite un post su Facebook accusa Alan Schmegelsky di fare la vittima e di non accettare la sua parte di responsabilità per il dolore della sua
famiglia.

“Il tuo dolore è per te stesso. Non puoi metterti in relazione con noi, dal momento che noi non siamo la causa del tuo dolore mentre tu hai avuto un ruolo nella causa del nostro dolore – ha scritto la sorella della vittima – Per gli assassini e la loro famiglia, l’azione appropriata quando si commettono errori è assumersi la responsabilità. La corretta risposta pubblica sarebbero state delle scuse sincere. Ma ti perdoniamo comunque».

La scorsa settimana Alan Schmegelsky durante una intervista rilasciata al programma televisivo della tv australiana “60 Minutes” ha a.ermato di sapere cosa provano le famiglie delle vittime.

«Mi dispiace tanto per quello che è successo. Che si tratti di mio figlio o che sia qualcos’altro, non lo sappiamo. Ho appena perso mio figlio. So esattamente come vi sentite – ha detto Schmegelsky – fa molto male. Era il mio unico figlio. Non lo abbraccerò mai più. Non lo prenderò mai in giro di nuovo. Non passerò mai più un minuto con lui. Almeno so dove si trova. I suoi problemi sono finiti».

Frasi, queste che hanno fatto infuriare Kennedy Deese. Schmelgesky, tra l’altro, mentre erano ancora in corso le ricerche dell’Rcmp ha inviato ai giornalisti un libro di 132 pagine sulla sua vita adducendo che ripercorre la travagliata esistenza del figlio che ha avuto a che fare con polizia e tribunali.

Ieri, l’Rcmp, ha annunciato una conferenza stampa per comunicare le ultime novità su questa tragica e insensata storia ma al momento di andare in stampa non era ancora iniziata. Ci riproponiamo di pubblicare gli aggiornamenti al riguardo sull’edizione di domani.

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