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Disincanto e preoccupazione nella comunità italocanadese

Disincanto e preoccupazione nella comunità italocanadese

Disincanto e preoccupazione nella comunità italocanadese

di Giacomo Buratti

TORONTO – Poco entusiasmo e un certo turbamento. È questa l’atmosfera che si respira tra le persone che si sono fermate a fare colazione al bar pasticceria Venarello di Toronto la mattina dopo i risultati delle elezioni presidenziali americane che hanno scosso il Nord America e il mondo.

«Quello che non mi preoccupa di ieri sera è che il popolo americano ha deciso quello che ha voluto decidere» dice Joe M., che è più interessato alle ripercussioni che la presidenza Trump avrà sul Canada. «Io guardo quale sarà l’impatto della vittoria del Partito Repubblicano. Secondo me, se la storia è la nostra guida, avremo otto bruttissimi anni in Canada…».

«Quattro», lo corregge Luca.

«Quattro, senza dubbio, ma poi c’è l’effetto collaterale. Abbiamo avuto due presidenti repubblicani – ricorda Joe – che hanno implementato le loro politiche, che dopo sono state ereditate da un Partito Democratico che ha dovuto rimettere l’economia in ordine. Che cosa succederà?» si chiede.

Secondo Joe, stando alla piattaforma di Trump si porteranno avanti politiche che finiranno per aumentare il debito pubblico.

«Per gli Stati Uniti non andrà bene. Come dicono nel baseball, “three strikes, you’re out”. Già due volte è successo, questa terza volta volta può essere un po’ troppo difficile da recuperare».

Ma nonostante il pessimismo generale, Joe non è sorpreso dal risultato uscito dalle urne quanto dalla composizione dell’elettorato che ha espresso un voto di protesta, la “gente arrabbiata” che ha votato “per un cambiamento”.

«Cosa abbiamo negli Stati Uniti? Abbiamo una economia che si è rimessa, un tasso di disoccupazione molto basso, un debito adesso sotto controllo – spiega – e la gente si lamenta».

Ma «la gente che si è lamentata più di tutti è quella che vive negli Stati in cui si lavorava nel manifatturiero…»

Secondo Joe è il cambiamento nel mercato del lavoro che è da individuare tra le cause principali dello scontento che ha portato alla vittoria di Trump.

«L’economia americana è vibrante, si deve dar credito a loro di questo – continua – Hanno creato tanti posti di lavoro nel campo della tecnologia… ma non nei vecchi sistemi, e il problema adesso è che tutta questa gente si scopre arrabbiata perché non ha il posto di lavoro che aveva prima, purtroppo deve tornare a scuola».

Un problema che va di pari passo con la questione dell’immigrazione, che è stata centrale in questa campagna elettorale.

«Sappiamo tutti quanti – prosegue Joe M. – che negli Stati Uniti, per un’economia così grande, hanno bisogno ogni anno di importare tantissime persone. La loro economia lo richiede. Dovrebbero invece investire nella scuola e nei college, creare loro le persone che sono istruite e preparate a prendere questi nuovi posti di lavoro».

«Questo non l’hanno fatto e non lo faranno – conclude con un pizzico di amarezza – e secondo me va a loro danno e a danno del mondo, perché la loro è l’economia più importante».

Più disilluso e pragmatico il parere di Luca. «È un’analisi giusta… però me l’aspettavo, per me non è una sorpresa, era previsto che lui potesse vincere».

«Lei, la Clinton – spiega – non ha portato avanti una campagna con dei piani giusti. Neanche lui, neanche i repubblicani, però la gente ha votato per un cambiamento, esclusivamente per un cambiamento».

Luca la definisce una rivolta. E ne attribuisce la responsabilità all’inadeguatezza e ai passi falsi di Hillary Clinton.

« Ha fatto un sacco di cose sbagliate… Anche Trump, anche lui ha sbagliato. Ma politicamente lei era la peggiore».

«Lui cosa ha fatto? – si chiede prima di lasciare il bar – È andato dietro a qualche donna, ha frodato il governo, lui dice di no ma l’ha fatto. Lei però politicamente era la peggiore».

(Giovedì 10 novembre 2016)

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