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Campione mondiale canadese alla riconquista del titolo

Campione mondiale canadese alla riconquista del titolo

TORONTO – Nel corso di quest’ultimo anno ho avuto l’opportunità di imparare alcuni dettagli particolari sull’arte e le tecniche della kickboxing, grazie a Simon Marcus, titolare della palestra The One, Muay Thai & Fitness, gareggiatore e lottatore professionale. Abbiamo gli uffici nello stesso edificio e quindi, forse, non sarò imparziale. Ma ho visionato dei filmati e l’ho seguito negli allenamenti, in preparazione di quest’articolo. Penso sia stato battuto da Alex Pereira, attuale campione mondiale della Glory Kickboxing, per la categoria pesi medi. I giudici non sono d’accordo. Seguono la valutazione di un esperto di problemi tecnici in relazione al punteggio. Ma Simon Marcus, con 48 vittorie, 4 sconfitte, 2 pareggi, resta l’indiscusso campione canadese e secondo al mondo. Credetemi, si sta dando da fare ancora di più. Nel suo archivio conserva altre 10 vittorie, ma sono precedenti alla sua associazione con la Glory, un’organizzazione di base in Amsterdam che promuove gli sport ibridi della boxe e delle arti marziali Muay Thai. Simon Marcus è determinato a riguadagnarsi la sua posizione come numero uno al mondo. Bisognerebbe incontrarlo per capire non è un montato vanaglorioso. La Glory pare sia ugualmente determinata a spingerlo nella “fossa dei leoni” prima di farlo avanzare in graduatoria. Una strategia difficile da apprezzare. Dal mio punto di vista, Marcus è la loro punta di diamante. Ha sconfitto chiunque nella sua categoria, compreso Pereira e il suo sfidante per lo scontro del prossimo venerdì, Jason Wilnis, terzo in classifica. Si muove con la cautela di un gatto che insegue la preda, l’aggressività di un avido a caccia, colpisce con la velocità di una vipera e conclude con la forza di un orso che abbatte l’alce ignaro. Io gli starei lontano. Siamo più o meno della stessa taglia, ma lui è flessibile, agile e anche pieno di muscoli. “Come ha potuto farsi battere da Pereira”? ho chiesto incredulo a suo padre Calvin Marcus. Calvin è il più grande motivatore di suo figlio e anche il critico più severo, però un gentiluomo fino all’osso. “È uno sport molto competitivo. Punisce la più leggera distrazione sul ring o il minimo errore nella preparazione pre-gara. Bisogna spingersi a prescindere dalla circostanze anche le più estenuanti; non si dovrebbero e non si possono avere scuse” ha dichiarato, lasciandomi immaginare il resto. Simon ha avviato la palestra e centro di allenamento Muay Thay al piano terra del nostro edificio. Facendo tutto per bene, per risparmiare tempo, energia e concentrazione. La palestra lo ricompenserà col tempo: insieme ai suoi istruttori – Marko in particolare – sta creando un ambiente per l’allenamento completo di un individuo. Mirano a costruire autostima attraverso le tecniche e le conoscenze al centro dell’esperienza Muay Thai e dei principi filosofici alla sua base. È un ambiente per bambini e adulti di ogni ceto sociale. Ha funzionato per Simon quando era più giovane. Calvin ha ricordato – da padre a padre – “l’adolescenza turbolenta” del figlio, con un talento atletico, ma costantemente coinvolto nei litigi. “Gli ho detto che se questa fosse la sua inclinazione, avrebbe dovuto approfondire le competenze, allenare il suo corpo e imparare come la mente possa controllare e guidare entrambi”. Suo figlio ha scelto la Muay Thai. Il resto, come si dice, è storia. Un Simon Marcus preparato ha compiuto la trasformazione “dalla strada al ring”. Ha combattuto intorno al mondo, affrontando tutti gli altri come il “Bad Bwoy”. La sua popolarità si è sviluppata (soprattutto in Cina) ed è diventato “L’Unico” sul ring. “Perché hai scelto quest’arte marziale come sport e non un qualsiasi altro?” – ho chiesto a Simon – che mi ha risposto: “È la migliore e la più completa combinazione di allenamento di mentale e fisico di qualsiasi altro sport. E poi è il più esigente e impegnativo perché, per praticarlo, bisogna essere attenti di avere e utilizzare più ‘armi corporee personali’ di ogni altra arte marziale (pugni, gomiti, ginocchia e piedi); è necessario porsi in attacco sempre, e allo stesso modo, essere consapevoli che l’avversario non ricorra e non possa ricorrere a tecniche difensive”. Per esempio stringersi, afferrare o adoperare movimenti del wrestling, come avviene nel contesto di gare delle arti marziali miste. Simon, suggerisce con gentilezza che i confronti sono inutili. “Un atleta è un atleta”, ribadisce senza falsa modestia, “gli incontri fanno emergere il meglio da ogni concorrente”. Ok, ho aggiunto io insistendo: “Come te la caveresti contro qualcuno tipo George St. Pierre (ora ritiratosi) campione canadese per la MMA?” Con un sorriso accattivante ha replicato: “Se fossimo stati nella stessa categoria e avessi dedicato diversi mesi all’allenamento in Jiu-Jitsu, avrei vinto”. Si sta preparando per affrontare Jason Wilnis.

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Feb Sun ,2018