Cultura

L’uomo che fece da Cicerone a Hitler e Mussolini a Firenze

TORONTO – Che sia dovuto al presunto regime “dittatoriale” di Donald Trump o alla cosiddetta “Sindrome da ossessione di Trump”, la sua presidenza ha chiaramente contribuito a una produzione costante di film legati a Hitler, dal 2016. Una semplice ricerca di “Trump” su Netflix farà emergere tre documentari su Hitler, per non parlare di questi gioielli: “Jeffrey Epstein: Ricchissimo”, “Ghislaine Maxwell: Ricchezza Sporca”, “Come diventare un tiranno” e “Soldi sporchi”.

Per quanto riguarda il pubblico italiano, non è mai stato così fortemente ricordata la rovina di Mussolini nella storia della loro nazione come lo è stato da quando Trump è stato eletto; si pensi ai manifestanti con cartelli “Trump/Mussolini” al suo insediamento del 2016. Dai film alle serie TV come Sono Tornato, Mussolini Never Did This, Robbing Mussolini e Mussolini: Figlio del secolo, il pubblico ha avuto il suo apparente feticismo per i film sui fascisti ben nutrito.

Tuttavia, si tratta di un mercato inaspettato, dato che la maggior parte degli italiani – a parte gli appassionati di storia – preferirebbe dimenticare che quell’uomo sia mai esistito.

Eppure i film di Mussolini sembrano germogliare come erbacce in questi giorni, con sicuramente altri in programma – mentre Trump rimane in carica. L’ultimo, diretto da Anne Paulicevich, è L’uomo che poteva cambiare il mondo.

Il film di Paulicevich, con Elio Germano, appena terminato le riprese, racconta quattro giorni del 1938 in cui Hitler visitò l’Italia. Sebbene siano stati resi pochi dettagli, il film sembra concentrarsi sulle osservazioni dell’allora rinomato archeologo italiano Ranuccio Bianchi Bandinelli.

Bandinelli, un antifascista, fu costretto a essere il cicerone – guida turistica – per Hitler e Mussolini durante il loro tour a Firenze nel 1938. Era stato scelto per questo incarico sulla base di diversi meriti, i due più rilevanti erano la sua padronanza del tedesco e la sua competenza nel patrimonio artistico di Firenze.

Bandinelli avrebbe infine pubblicato le sue note sull’evento nel 1962 con Dal Diario di un Borghese. Un’altra pubblicazione fu pubblicata dopo la sua morte nel 1995 intitolata Il Viaggio del Führer in Italia. L’intrigo della vicenda, dal punto di vista di Bandinelli, risiedeva nel fatto che per lui Mussolini era un brutale traditore opportunista e nemico della classe operaia – nonostante i suoi precedenti legami socialisti.

Ed essere l’uomo che ha fatto girare due dei più atroci despoti della storia nelle sacre sale degli Uffizi, naturalmente tormentarono la mente di Bandinelli da allora. Soprattutto considerando che la visita del Führer in Italia avvenne solo un anno prima della sua invasione della Polonia.

Nelle sue memorie, Bandinelli notò anche il palese disinteresse di Mussolini per l’opera, citandolo che diceva “Qui ci servirebbe una settimana“, mentre affrettava impazientemente il gruppo ad avanzare. Al contrario, Hitler mostrò un profondo interesse per i dipinti, secondo Bandinelli.

Ma, forse, la parte più coinvolgente dei diari di Bandinelli fu la menzione della sua tentazione personale “di agire” e di aver cambiato in modo fantastico il corso della storia occidentale, per così dire. Invece, ci resta un film per riflettere sui suoi rimpianti.

Immagini per gentile concedenza di Versus, Indigo Film, Paper Film e NiKo Film          

Massimo Volpe, autore di questo articolo, è un filmmaker e scrittore freelance di Toronto: scrive recensioni di film/contenuti italiani su Netflix

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