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La prima vittima della guerra è la verità

La prima vittima della guerra è la verità

Sì, è anche il nostro presidente. Ma abbiamo meno influenza su di lui rispetto all’elettorato americano. Ed egli è impermeabile alle loro opinioni.
Donald Trump sta vivendo il sogno ultimo di ogni megalomane: installato, tramite un processo legittimo, nella sede più potente del mondo, senza paura dello spostamento per almeno quattro anni. Nel frattempo, la nazione – anzi il mondo – deve adattarsi ad ogni suo capriccio.
È noto lo scivolone di sua moglie, Melania sul linguaggio smoderato di Donald,  durante la corsa alla Casa Bianca, con la dichiarazione -“maternizzata”- di avere “due ragazzi” a casa: uno è di dieci e l’altro è di settant’anni. Non ha aggiunto che era incapace di distinguere il livello di maturità tra i due.
Si sperava che  il bambino di settant’anni sarebbe cresciuto una volta in carica. Tale è attraente la  personalità di lei, che aveva persuaso il popolo a crederci. Oggi, a solo 200 giorni nel suo mandato, meno del 25 per cento dell’elettorato crede a che tutto ciò che viene fuori dalla Casa Bianca.
Forse quel ragazzo di 10 anni sarebbe potuto andare meglio. È inutile soffermarsi su ciò che è imprevedibile. Ciò che il mondo si ritrova  è ora una serie di questioni “estere” che riguardano  il commercio, la mobilità sociale, la stabilità militare, la pace e le relazioni internazionali, in modo inconsueto da un certo tempo.
In un periodo in cui la Leadership dovrebbe “calmare le acque”, il Donald cerca il consiglio delle tre streghe di Macbeth: “Dai e dai, fatica e guai; il fuoco scoppietta e il calderone bolle”.
Quelli di noi nati nel post Seconda Guerra Mondiale non avranno difficoltà a ricordare  gli esempi di belligeranza manifestati dalla prodigiosa forza militare dell’America. Per mantenere quel potere gli USA spendono più che i dieci Paesi seguenti nella classifica, messi insieme.
Eppure, fatte alcune eccezioni sparse  che imbandiscono diversi modi di “approccio strategico all’equilibrio e alla pace nel mondo”,  gli Stati Uniti hanno svolto il ruolo di poliziotto con qualche grado di correttezza e di propositi. È un ruolo che altri poteri [minori] hanno accettato come legittimi.
Ma gli Affari Esteri sono un business complesso e con sfumature diverse. Richiede esperienza, visione e capacità di conoscere i trucchi del gioco. Alcuni Paesi tutelano meglio il loro interesse rispetto ad altri. Alcuni Presidenti si impegnano in risposta ad una situazione speciale o ad una sfida. Alcuni soffocano e sputano veleno.
Il Primo Ministro Lester Pearson ha avuto bisogno di modellare per il Canada un ruolo adatto  di fronte ai presidenti americani esigenti, ostili e bellicosi durante i primi anni Sessanta e la guerra in espansione con il Vietnam. Era dura! 
L’unica sola cosa che il Canada non deve fare è ripetere l’esperienza!
 

 

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