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E adesso ci riprendiamo il Natale

E adesso ci riprendiamo il Natale

TORONTO – C’era una volta Natale. Nella nostra immaginazione infantile era un giorno affascinante, con il bambinello Gesù nella mangiatoia, tra Maria e Giuseppe, cui i misteriosi re magi, guidati dalla stella, portavano i doni. Era l’età dell’innocenza. Amore, pace, giustizia, gentilezza, affetto, tolleranza e perdono erano i buoni sentimenti che ci inculcavano.
Poi con l’avvento del dio Mercato tutto cambiò. Ci trovammo in un mondo dove tutto era merce ed incessanti campagne pubblicitarie inducevano implacabilmente a comprare tutto, nei supermercati, nei grandi magazzini, nelle mall, i nuovi templi del consumismo.
La cultura del Natale era un ostacolo e si trovò tra due fuochi.
Cominciò una lenta subdola guerra. Da una parte l’estrema destra americana di ispirazione evangelica si schierò, senza badare alla coerenza, contro il secolarismo progressista, reo di voler eliminare il Natale anche se Walmart, Macy’s, Sears erano promotori dei vari Season Greatings, Happy Holiday e simili più conducibili del Natale, a favorire le vendite e quindi il profitto.
I secolari laici d’altra parte hanno fatto sforzi giganteschi per cancellare il Natale con argomenti a tratti ridicoli ed offensivi della ragione comune. Gli agnostici volevano eliminare il Natale perché non rappresentava il vero spirito cristiano. Il giudice Marion Cohen, nel 2006 fece rimuovere dalla Corte un piccolo striminzito alberello artificiale di Natale perché, simbolo di una festa cristiana, era causa di disagio. 
Una decisione ridicola per il Vice presidente del Consiglio sulle Relazioni Islamico-americane del Canada Faisal Kutty. E persino il Rabbino Mendel Kaplan di Thornhill condannò la rimozione dell’alberello come cosa "terribile". 
A Toronto, zelanti funzionari comunali insistettero nel chiamare l’albero di Natale, a Nathan Phillips Square "Holiday tree", facendo infuriare il sindaco Lastman, ebreo ed il Consiglio Comunale deliberò all’unanimità che l’albero sarà per sempre di "Natale".
Molto tempo è passato dal 1223 quando San Francesco, a Greccio, vicino Rieti rievocò la nascita di Gesù con il presepio vivente, divenuto, nei secoli il simbolo del messaggio cristiano. 
In questi giorni nelle zone disastrate dal terremoto del 2016, con le statue recuperate tra le macerie, è stato realizzato il presepio come simbolo di pace e di speranza. Perché tanto astio? Non viviamo in paesi come il piccolo regno del Brunei, dove ai cristiani è stato proibito di celebrare "eccessivamente ed apertamente" il Natale perché può danneggiare la fede della maggioranza mussulmana della popolazione o peggio ancora in Arabia Saudita, dove nel 2012, 41 persone furono arrestate perché "complottavano" di celebrare il Natale.
Viviamo in un paese libero. A nessuno vengono imposti comportamenti contrari alle proprie convinzioni. La guerra al Natale da destra e dai secolari laici si va spegnendo, perché cozzava contro una cultura che volendo o nolendo affonda le sue radici nella tradizione cristiana.
Ed allora ci riprendiamo il Natale, per poter sognare ancora.
 
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