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Chi difenderà gli interessi Usa dal protezionismo statunitense?

Chi difenderà gli interessi Usa dal protezionismo statunitense?

 Commento di Flavio Volpe per il Corriere Canadese
 
TORONTO – In un’intervista del luglio scorso con un rispettabile quotidiano di affari sugli imminenti incontri NAFTA, mi è stato chiesto se l’industria automobilistica avrebbe dovuto preoccuparsi sulla retorica protezionista di Washington.
Convinto che tutte e tre i paesi conoscessero l’intreccio dell’industria nord americana, ho risposto: “Gli americani fanno bene ad avere la fornitura messicana e canadese quando c’è competizione” contro gli altri settori auto nel mondo, come la Germania e il Giappone. Forse prematuramente, ho aggiunto di non essere “preoccupato che nessuno si sarebbe dato la zappa sui piedi” per quanto riguarda il settore automobilistico. Ma sembra che mi sia sbagliato.
Al quarto round dei negoziati NAFTA a Washington DC, gli Stati Uniti hanno presentato un progetto per un nuovo regolamento sull’origine del prodotto automobilistico. Ad attirare l’attenzione una nuova soglia dell’85%  per il “Regional Value Content” (superiore al 62.5% NAFTA, livello già più alto al mondo) insieme al 50% “US Domestic Content” per le merci costruite esclusivamente in Canada e Messico.
Era altrettanto difficile prevedere nuove proposte che avrebbero incluso la tracciabilità delle materie prime, per la verifica dei paesi di provenienza, -magari anche i granelli di sabbia per la produzione del vetro- e l’eliminazione delle tariffe di cambio. 
Considerando almeno due anni per la messa in atto di tali proposte, molti osservatori hanno intravisto nella posizione statunitense un invito al Canada e al Messico ad abbandonare il tavolo delle trattative, piuttosto che un serio impegno ad un’apertura commerciale.
Come fare del protezionismo in un accordo di libero scambio? I negoziatori di carriera nell’USTR (ufficio nel dicastero commerciale che si preoccupa degli scambi) sanno con ogni probabilità, che questo è un ossimoro. 
Meno di due anni fa, durante i negoziati del Trans Pacific Partnership, si propose un’interessante diminuzione al 45% del Regional Value Content, (valore sulla componentistica) sui veicoli con la possibilità di costruirli in nove paesi nuovi, pur raggiungendo la soglia di vendita esentasse negli Stati Uniti. Questo incredibile paradosso ad oggi deve significare che i negoziatori statunitensi ricevono ordini direttamente dal nucleo politico. “Gli americani in primis” è il nocciolo della dottrina e “riportare in patria il nostro lavoro” è il secondo, accidenti ai siluri.
Ma davvero le nuove proposte mettono l’America “al primo posto”? Colpendo il settore dell’assemblaggio canadese e messicano con una richiesta del 50% dell'US content, la proposta danneggia direttamente le fabbriche automobilistiche statunitensi che operano in questi paesi. A livello domestico può essere anche peggio.
I “Content levels” sono importanti se il tuo prodotto attraversa il confine per raggiungere il cliente. Senza un incentivo a considerare tutti e tre i mercati NAFTA nei progetti di produzione, l’assemblaggio di base statunitense potrebbe significare che un’automobile non possa passare da un confine all’altro. Gli USA  acquista già cinque milioni di autoveicoli in più di quelli che produce ogni anno. Un fabbrica di assemblaggio auto statunitense, orientata strettamente verso la clientela locale, potrebbe incoraggiare la ricerca nel mondo di parti automobilistiche più economiche, senza la domanda di contenuto domestico o regionale.
Il grande perdente qui sembra proprio essere il settore manifatturiero delle componenti automobilistiche di base statunitense, con centinaia di migliaia di lavoratori americani in città come Northwood, OH, Springfield TN, and Bowling Green, KY. 
Il protezionismo americano che lascia senza protezione compagnie statunitensi in Canada e Messico, mentre incoraggia a reperire parti dalla Cina, dall’Est Europa, dal Vietnam e dalla Malesia, per impianti di assemblaggio negli Stati Uniti, non è affatto protezionismo.
È l’ideologia politica non provata che danneggia gli interessi americani, nello sforzo di punire gli altri per gli effetti naturali della globalizzazione dell’automazione. Mentre gli USA ingaggiano una lotta con i propri migliori amici, hanno proposto nuove regole che potrebbero attirare interessi stranieri ad entrare nel mercato statunitense con investimento minimo nel settore dell’assemblaggio, impegnato a importare parti più economiche da quelle stesse case straniere più competitive. Ciò danneggerebbe gravemente gli interessi americani.
A volte occorre un intervento mirato per ricordare a qualcuno chi sono i suoi veri amici. Gli amici non lasciano i propri amici farsi del male da soli. Forse non siamo stati subito presenti quando c’è stato  sfruttamento, a dimostrare la nostra preoccupazione e il nostro sostegno.
Ma ci siamo ora, ti sei dato la zappa sui piedi? Rimediamo insieme. Noi continuiamo ad aver speranza per il NAFTA, ma dobbiamo anche iniziare a proteggerci a vicenda. I lupi sono in agguato.
 
 
Flavio Volpe è il Presidente dell’Associazione canadese manifatturiera delle parti automobilistiche, APMA, rappresentante più del 90% della produzione indipendente di parti per auto in Canada e 270 strutture manufatturiere  
negli Stati Uniti e Messico 
di proprietà canadese.
 
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