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“Il suo ultimo ponte”: Antonio Barbaro, eroe canadese di origine italiana

“Il suo ultimo ponte”: Antonio Barbaro, eroe canadese di origine italiana

“Il suo ultimo ponte”: Antonio Barbaro, eroe canadese di origine italiana

TORONTO – Caterina volge lo sguardo al suo paese, S. Angelo Limosano, arroccato su un cucuzzolo innevato, in un intimo, ultimo saluto. È una gelida mattina di gennaio, e qui, nel centro del Molise, a oltre 800 m. di altitudine, le tante le curve per scendere a valle sono coperte di nevischio. S. Angelo si allontana sempre di più, diventa sempre più piccolo agli occhi di questa ragazza di 21 anni. È diretta a Napoli dove si imbarcherà per l’America. Le è stato combinato il matrimonio e deve raggiungere l’uomo che diventerà suo marito: Pasquale Barbaro. Al porto, la folla di chi è in fila per salire sulla nave, e di chi, disperato, grida il nome del proprio caro in partenza.

Ancorata, ad attendere i passeggeri, è una immensa nave: la Lahn. Fa parte della “Rivers Class”, flotta della Norddeutscher Lloyd. La “Rivers Class”, quella che ha preso i nomi di fiumi della Germania, il Lahn, appunto, ma anche l’Elba, il Fulda. Proprio i fiumi… Presagio?

15 gennaio 1903. Caterina Vorraso si imbarca. Prima di scendere negli inferi della terza classe fa un respiro profondo e si rassegna a lasciare l’Italia. Per lei è tutto tremendamente nuovo: le tante persone ammassate, il mare. La navigazione è lunga, estenuante. Dopo due settimane arriva a New York. È il 31 gennaio. La terraferma, finalmente! Incontra Pasquale, Pasquale Barbaro, che era emigrato tempo prima da Platì e si era stabilito in Canada, a Revelstoke. Dopo una manciata di giorni si sposano: 1 marzo 1903. Presto la famiglia cresce, nascono 7 figli. Si trasferiscono al n. 84 di Norman Street a Ottawa. E’ il cuore della Little Italy canadese. Le case di questa via sembrano fatte con lo stampino: tutte lunghe e strette, qualche gradino per entrare. La chiesa di S. Antonio da Padova è a due passi ed è un punto di riferimento per la comunità intera.

I ragazzi si organizzano in gruppi sportivi e musicali, fanno ripetizioni, viene data assistenza. Il parroco è un italiano, Fra Aurelio Prosperi OSM: un cardine per gli italiani di qui per oltre 15 anni, per poi tornare in Italia nel 1930. Usa il latino per i documenti parrocchiali.

Sam, uno dei fratelli maggiori di Antonio, nato nel 1914, sarà battezzato da lui che annoterà proprio in latino l’avvenuto sacramento. Negli anni della guerra è a Figline Valdarno, convento di Ponterosso. Si troverà a raccogliere le ultime parole di 18 partigiani che i nazisti di lì a poco avrebbero trucidato. 20 giugno 1944, è sera quando Fra Prosperi esorta questi uomini a o¥rire a Dio il loro sacrificio, a chiedere perdono delle proprio colpe, a sperare nella Sua infinita misericordia e dà a tutti la Sacramentale assoluzione.

Ma torniamo alla Little Italy di Ottawa: è tutto un vociare, dialetti che si mescolano, usanze, tradizioni, canzoni; panni stesi, bambini che giocano. Il cuore di casa Barbaro è la cucina, il regno di Caterina: ha portato con sé, dall’Italia, ricette e maestria, segreti e specialità, ma anche tradizioni e personalità. All’ora di pranzo, con suo grembiule bianco, mette su la grande pentola per la pasta, tuffa la mano in una latta tagliata, inchiodata al muro, per prendere sale in abbondanza. In attesa che l’acqua bolla, gira il ragù che è quasi pronto. Ma al civico 84 si nasconde ancora tanta Italia: il piccolo pezzo di terra nel retro della casa è stato letteralmente trasformato in vigna! Pasquale, come altri buongustai del quartiere, produceva il suo vino!

Dalla sua Calabria, ha portato con sé i “saperi” contadini che si traducono in sapori irresistibili! Finito il lavoro come operaio del Comune, si dedica con passione ai mestieri legati alla terra.

In questo scenario cresce Antonio, uno dei figli di Caterina e Pasquale. Ha un gran talento artistico, fa parte della banda suonando la tromba, disegna e lavora il legno. Ha la passione per le moto, per il nuoto; ha un fisico atletico che non passa certo inosservato alle ragazze.

Erano in diverse ad avergli messo gli occhi addosso … Compresa, forse, una certa Pat. Antonio si impegna anche per portare a casa qualche soldo; lavorerà per un periodo, ad esempio, alla lavanderia dell’Ottawa Civic Hospital.

Madre Natura gli ha regalato un gran fisico, nel quale batte un grandissimo cuore. Il 19 luglio 1942 compie 19 anni. Pochi giorni dopo si arruola a Ottawa. E’ il 3 agosto. Il 17 luglio dell’anno seguente si imbarca per l’Europa, destinazione Gran Bretagna.

Si trova catapultato in pieno South Yorkshire, dove durante la guerra è stato requisito il sontuoso complesso del Wentworth Woodhouse con i suoi gioielli architettonici e maestosi giardini. Avrà pensato di aver sbagliato posto dove presentarsi a rapporto! Certo, durante la guerra, l’aver destinato questo luogo ad uso militare ne ha provocato danni notevoli. Il parco, ad esempio, è trasformato in pista di prove e allenamento per i motociclisti. Ne sarà stato entusiasta Antonio, con la sua passione per questo mezzo, ma addio prati all’inglese!

Il fratello Sam, che sarà in Gran Bretagna per tutta la durata della guerra, lo raggiunge per un breve incontro. In una lettera a casa dice che la prossima volta si faranno una foto insieme. Antonio ha il grado di Lance Corporal. Fa parte dei Royal Canadian Engineers, First Canadian Army, 23rd Field Company e con gli Engineers è un “sapper” (saper in francese significa scavare le trincee).

Arriva in Francia un mese dopo il D-Day, la devastazione è totale, il pericolo ovunque. Ma l’orgoglio di portare quella divisa e l’istinto di portare a casa la pelle vengono prima della paura.

Tra i compiti degli Engineers c’è quello di sminare i terreni, di piazzare le cariche di esplosivo, di rimuovere tonnellate di macerie per rendere percorribili le strade, quello di effettuare ogni tipo di manutenzione e molto, molto altro. È un soldato in gamba, energico. Si confida con il “Padre”, il Cappellano della Compagnia. E’ un giovanissimo tenente, Father Jean Mongeon, e divide con tutti loro l’incubo del fronte cercando di portare conforto. La Domenica dice Messa e Antonio è sempre presente tra i fedeli in divisa.

I Barbaro hanno due figli al fronte e la preoccupazione è immensa. Il quartiere segue i propri ritmi di sempre, ma nel profondo ognuno teme per i propri giovani lontani. L’arrivo di una lettera è un momento atteso sia con gioia che con paura: la gioia di ricevere notizie dal proprio figlio; la paura che sia quella del War Office o, peggio ancora, il telegramma del Canadian Pacific Telegraphs. L’ansia è tanta: ogni giorno che passa senza aver ricevuto la posta è un regalo.

In Europa, intanto, la guerra si combatte con furia indicibile. Dalla Francia, Antonio ha raggiunto il Belgio e poi l’Olanda. Lo spietato accanimento nazista emerge a ogni angolo. La fame tormenta tutti. Perfino i bulbi dei tulipani si trasformano in cibo.

Ma i Royal Canadian Engineers non mollano.

Dopo il fallimento dell’Operazione Market Garden il 25 Settembre 1944, gli Engineers canadesi e britannici ricevono l’ordine di evacuare i militari alleati intrappolati da Oosterbeek alla riva meridionale del Neder-Rhine. Con le loro barche a motore i Canadesi riescono a mettere in salvo 2400 uomini, riuscendo nell’impresa di traversare il fiume decine di volte, tutta la notte, sotto una pioggia di colpi nemici e condizioni meteo a dir poco proibitive. Ben sette valorosi Engineers canadesi sono stati uccisi in queste drammatiche ore.

Il quotidiano Montreal Gazette pubblica una intervista al Maggiore Tucker, che aveva condotto l’operazione. Dirà: decisivi nel portare a termine l’operazione con successo sono stati due uomini. Antonio Barbaro e Raymond Lebouthillier. Antonio verrà presto insignito della Canadian Volunteer Service Medal with Clasp, della Pioneer C First Good Conduct Badge.

Nel febbraio 1945 alcuni di loro sono impegnati nella riparazione di un ponte sul fiume Mosa, nei pressi della cittadina di Mook. Con Spr. A. E. Sager e Spr. H. Malone salgono su una piccola barca per lavorare alle parti del ponte più vicine all’acqua. Parlare di freddo, qui, è veramente riduttivo; il vento sferza l’imbarcazione e questi tre ragazzi sono in balia degli elementi. D’un tratto uno spuntone squarcia la barca. Stanno affondando. Antonio è l’unico che sa nuotare e, senza pensarci un solo attimo, lancia il suo salvagente a Sager e Malone. Li salva. Ma la divisa di Antonio si è imbevuta d’acqua ed è diventata pesantissima. All’improvviso la corrente aumenta.

Il fiume Mosa, questo implacabile serpente liquido, lo fa sparire tra le sue spire per poi inghiottirlo.

Sulla riva, la disperazione degli altri militari. Le ricerche risulteranno vane.

A Ottawa, passano ancora dei giorni senza che arrivi il telegramma. Giorni regalati. Ma alla metà di febbraio quei giorni finiscono bruscamente: una pioggia di notizie getta nella disperazione la famiglia Barbaro.

La comunità di Little Italy le si stringe intorno; il vociare, i giochi, gli stornelli si arrestano di colpo. Al n. 84 di Norman street sono decine gli amici e i vicini che portano il segno del loro affetto. Ci sono i Macrì, che abitano nella casa accanto, i Pantalone, i Guzzo…

Il primo messaggio, datato 19, lascia qualche spiraglio di speranza alla famiglia: “disperso, forse annegato …”; il secondo, del 20: “disperso, si crede sia annegato …”; e la speranza rimane tanta. Disperso: forse lo trovano! … e ancora… forse POW.

Pochi giorni dopo la speranza lascia purtroppo il posto al dolore più forte, quello insopportabile. Il fratello Sam apprende della morte di Antonio in Inghilterra. Sente mancare la terra sotto i piedi. Il loro era un legame strettissimo. Per lui è sempre stato il “baby brother”.

Il Cappellano, Capitano Jean Mongeon si affretta a scrivere alla famiglia. È il 22 febbraio.

Dear Madam… è sempre molto difficile per una madre apprendere che la guerra si è portata via uno dei suoi figli, ma sarà più facile per lei accettare questo altissimo sacrificio, venendo a conoscenza delle circostanze della morte di suo figlio … e dopo una breve descrizione delle circostanza dice: “ha davvero motivo di essere orgogliosa di suo figlio: ha dato la sua vita perché i suoi compagni ne avessero una migliore. Mi lasci aggiungere che suo figlio era molto amato dai compagni. È come se la guerra si prenda sempre i migliori! Come suo “Padre” cattolico, oso dirle che era tra i migliori del mio gregge. La Domenica prima che morisse è venuto da me a confessarsi e ha fatto la Comunione.

Il corpo di Antonio è stato ritrovato due mesi dopo. Il primo maggio viene recapitato il telegramma che dichiara ufficialmente la sua morte. Per lungo tempo nulla riesce ad alleviare la disperazione della famiglia fino al momento in cui quella maledetta guerra termina. Sam Barbaro, in Gran Bretagna per quattro interminabili anni, torna a casa: è un nuovo inizio per tutti.

Nella Chiesa di St. Anthony troviamo il nome di Antonio su una grande vetrata decorate. Nel giardino accanto alla Chiesa, una targa ne ricorda il sacrificio.

Nel 2002, la signora Alice van Bekkum, olandese, inizia cercare notizie dei sei sette soldati uccisi a seguito dell’Operazione Market Garden, nel corso dell’evacuazione. La sua ricerca la porta ad apprendere che un altro Engineer canadese, sepolto nel Cimitero di guerra canadese di Groesbeek, era morto a due passi da casa sua: si trattava di Antonio Barbaro. Cerca subito la famiglia in Canada, con dedizione ed energia promuove la costruzione di un monumento a Mook.

Viene fissata la data per l’inaugurazione del monumento: il 18 settembre 2014. Diversi membri della famiglia Barbaro arrivano dal Canada e, alla presenza del Sindaco Willem Gradisen, dell’Addetto per la Difesa canadese Colonel Hogan, i Veterani Donald Sommerville e John Meeusen e dell’intera comunità, viene inaugurato il monumento. Win Barbaro McKenzie dirà tra l’altro: “Non ci sono parole sufficienti per esprimere la nostra gratitudine a lei, Signor Sindaco, ai membri del Comitato e alla Comunità di Mook (e Middelar) per l’impegno ed il lavoro che avete svolto nel realizzare il monumento per nostro zio Tony.

Siamo commossi che nostro zio sia così ricordato…“… ma voglio che si sappia che la forza trainante che ci ha portato qui oggi è quella di Alice van Bekkum – la sua curiosità, energia e il suo “voler conoscere” hanno fatto sì che si dedicasse alla storia di nostro zio Tony”. Ha poi fondato l’associazione Faces to Graves (facestograves.nl) e sul sito sono pubblicate le storie dei Soldati canadesi uccisi durante la liberazione dell’Olanda.

Nella Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “maiorem hac dilectionem” sull’offerta della vita, del 2017, Papa Francesco scrive: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 13).

Sono degni di speciale considerazione ed onore quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito.

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo e, pertanto, è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Confidare che la Chiesa potrà fare passi in questa direzione per Antonio riempie tutti di rinnovato spirito.

Dio ti benedica, Antonio.

Raffaella Cortese de Bosis