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Un viaggio (surreale) in aereo al tempo del Covid

Un viaggio (surreale) in aereo al tempo del Covid

Un viaggio (surreale) in aereo al tempo del Covid

MASSA – Viaggiare ai tempi del Covid-19 è un’esperienza ai limiti del surreale. Ma permette anche di toccare con mano la difficoltà dei vari Paesi nell’affrontare in modo univoco l’emergenza.

Domenica pomeriggio, International Pearson Airport, Toronto. Devo partire per l’Italia ma sono fra i pochi: lo scalo è semideserto, sembra di essere in un film apocalittico in stile “The day after”. Dopo i vari controlli di rito, velocissimi (siamo davvero quattro gatti e le code sembrano un lontano ricordo) raggiungo il “gate” per imbarcarmi. Incontro gli altri compagni di avventura: siamo meno di 50 in un aereo (il Boeing 787-8 della flotta di Air Canada) da 250 posti.

Il funzionario presente ci consegna un modulo da compilare: dove risiedevamo a Toronto, dove risiederemo in Italia e perché andiamo nel Bel Paese. “Lo richiedono le autorità italiane: uno è per noi, uno per loro”, ci dice.

Dopo un quarto d’ora, torna con un pacco di fogli in mano: “Scusate… il modulo è cambiato, dovete compilare questo, ma fatelo pure in aereo” ci dice gentilmente, anche perché il tempo stringe.

Saliamo a bordo, tutti rigorosamente con la mascherina (il personale richiama di continuo chi la abbassa sotto il naso) e c’è talmente tanto spazio che ci ritroviamo seduti uno, massimo due, ogni tre file.

Io sono sulla fila centrale. Accanto a me, a sinistra ho ben 6 posti liberi (i due restanti della mia fila ed i tre di quella a sinistra, tutti vuoti) e 2 a destra (nella fila di sinistra c’è una sola persona, accanto al finestrino).

Lo spazio è talmente tanto che decidiamo, collettivamente ma senza dircelo, di dormire sdraiati occupando ognuno tutti e tre i sedili della propria fila. Il personale di bordo chiude un occhio e per noi è una pacchia.

A viaggio quasi terminato, mi sveglia una assistente, gentilissima, con il caffè e la brioche in mano. E penso: “Ho dormito sdraiato e mi portano pure la colazione a letto”. Meglio che in prima classe!

La vera sorpresa, però, arriva all’Aeroporto di Fiumicino. Una volta scesi dall’aereo, ci presentiamo tutti al controllo della polizia aeroportuale dove ci viene consegnato un terzo documento da compilare. “Quelli che avete non vanno bene, prendete questo”. Ok. In realtà, il modulo è uguale al secondo che ci era stato consegnato al “gate” a Toronto.

Lo compiliamo e lo restituiamo, chiedendoci: ma i fogli non erano due? Uno per i funzionari italiani ed uno per quelli canadesi? Già, perché uno dei due ci è rimasto in mano. Vabbè…

“Prima dell’uscita ci faranno il tampone?”, mi chiedo dopo aver superato il controllo della polizia aeroportuale. No. Una volta ritirate le valigie, passando nel corridoio che porta all’uscita c’è un funzionario che misura la febbre e ferma solo quelli che la hanno. Io ho la temperatura “giusta” e passo. Sono fuori. E mi chiedo: “E se fossi asintomatico? Adesso potrei andare in giro, infettare tutti… chi controlla se faccio la quarantena o no, al mio rientro a casa?”.

Una volta arrivato a destinazione (in treno, senza alcun controllo se non quello del biglietto: basta pagare… e tenere la mascherina sopra il naso), contatto l’Azienda sanitaria locale della mia città – Massa, in Toscana – per informarmi, per capire.

“Il tampone? Se vuole farselo, va bene. Ma è facoltativo, E costa 87 euro”. Insomma: sta solo a me decidere se rischiare di infettare tutti (che ne so io se ho preso il virus in aereo oppure in treno?!?) …decide la mia coscienza, via.

Prenoto il tampone e pago, Domani me lo faranno e fino ad allora mi autoisolerò. Ma gli altri faranno altrettanto?