Quei terribili 90 secondi che sconvolsero l'Irpinia

di Giorgio Mitolo del November 23, 2020

TORONTO - Chi ha sentito, avvertito e provato il terremoto nei piedi, nelle viscere e sulla sua testa, non dimenticherà mai quella sensazione incredibile, quasi 'innaturale'.
La terra che trema, oscilla, e poi trema ancora. Il cosiddetto moto sussultorio ed ondulatorio che caratterizza un sisma. I secondi che diventano minuti. La paura, il terrore, ma anche lo stupore per la Terra che trema, che quindi 'vive', ma quello squassante vibrare che - con sé - porta anche morte e distruzione.
Chi scrive avvertì l'improvviso ceffone del mostro, pur vivendo allora a Roma.
Erano le 19.35 di una domenica qualsiasi, quel 23 novembre del 1980. Chi cenava, chi guardava la televisione, chi studiava, chi giocava a carte. Non era ancora tempo di internet. Mentre guardavamo Domenica Sprint, mio padre esclamò: "Giorgio, stai fermo... (ripetendo) perchè ti muovi?" avendo la sua mano poggiata sullo schienale della mia sedia, che oscillava. "Papà, ma io non mi sto muovendo!" gli risposi. "Il terremoto!" esclamò lui, prendendomi per le spalle.
Allora ci alzammo, cercando un appoggio al muro, per non cadere a terra. Al quinto piano di quel condominio dove abitavamo ballava tutto, il pavimento sotto i nostri piedi 'rullava'. Eppure Roma era a centinaia di chilometri dall'epicentro del terremoto, fissato a Castelnuovo di Conza, in provincia di Salerno.
La prima interminabile scossa - un delirio lungo 90 secondi - valutata allora dai sismografi al decimo grado della scala Mercalli, oggi pari a 6,8 della scala Richter, squarcia la roccia a dieci chilometri di profondità (l'ipocentro, ndr), con due diverse fratture che rompono la crosta terrestre e trasmettono le onde sismiche su di una superficie pari a 17mila chilometri quadrati. Campania e Basilicata vengono squassate e sconvolte.
Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant'Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto e Santomenna sono i comuni che vengono letteralmente disintegrati da quel terribile cataclisma, come se un gigante avesse scrollato la sua schiena facendovi saltare tutto per aria.
Abitazioni ad uno o due piani - magari costruite all'inizio del secolo che fu, il ventesimo - che crollano come un castello di carte, si afflosciano su chi vi vive dentro. La pietra, la calce, il cemento, la mobilia stessa, schiacciano senza via di scampo chi era rimasto paralizzato dalla paura e non è riuscito a fuggire in strada. La corrente elettrica s'interrompe, cala il buio. Ossa fratturate, organi interni devastati, dolore terribile per chi ora è oppresso da quintali se non da tonnellate di materiale. Pianti, grida soffocate, sangue. Un familiare che - a pochi metri di distanza - geme e piange disperato, ad un passo dalla morte che per molti arriverà, lenta ma implacabile.
2.914 saranno alla fine le vite umane falcidiate dal 'mostro' ed almeno 8.848 i feriti, molti dei quali rimasti invalidi per il resto della loro vita. 280mila persone persero la loro casa per sempre in quella devastazione.
Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia furono le province colpite con maggiore violenza dalla prima scossa e dalle altre migliaia - parte del cosiddetto 'sciame sismico' - che seguirono alla prima, per giorni, settimane, addirittura nei mesi a seguire.
Lo abbiamo scritto, non era tempo ancora di internet, e tutte le comunicazioni - 40 anni fa - si limitavano al telefono a fili, ai telegrafi, alla radio ed alla televisione. Ma in quei paesini, spesso arroccati sulle cime dell'Appennino, tutto s'interruppe alle 19.35 di quel maledetto 23 novembre del 1980. Insieme alle case, crollarono anche interi ospedali, caserme della polizia, dei carabinieri e dei pompieri.
Furono i radioamatori - che comunicavano attraverso apparecchi ad 'onde corte' - a cercare di coordinare i primi soccorsi, che in alcune località non giunsero prima di tre lunghissimi giorni ed altrettante notti. Un'eternità per chi aveva il corpo schiacciato e martoriato dalle macerie, intrappolati, senza cibo, senza acqua. Molti morirono così, nell'angoscia e nel terrore, dopo una lunga e lenta agonia.
Fu lo stesso Presidente della Repubblica, Sandro Pertini - il più amato dagli Italiani - a lamentarsi della lentezza della macchina dei soccorsi, visitando le aree colpite dal terremoto. La Protezione Civile non esisteva ancora, sarebbe nata solo nel 1992.
Il governo di allora, a maggioranza DC e presieduto da Arnaldo Forlani (col sostegno di PSI, PSDI e PRI, ndr) e quelli che lo seguirono, fecero arrivare sulle zone terremotate 50mila miliardi di allora. Ma molti finirono nelle mani sbagliate, alla Camorra, ad esempio.
L'Italia, con i suoi 10 vulcani attivi, è uno tra i Paesi più 'sensibili' al mondo dal punto di vista sismico - insieme al Giappone, alla Turchia, all'Iran o al Messico - che maggiormente hanno vissuto la straziante pena e l'assoluto dolore che i terremoti hanno provocato nei secoli. Reggio Calabria e Messina, il 28 dicembre 1908 vennero devastate da un terremoto ed un successivo maremoto che provocarono tra 90mila e 120mila morti. Il Friuli il 6 maggio del 1976 vide 990 suoi abitanti morire sotto le macerie di un sisma, così come l'Aquila nel 2009 ne perdette 309 ed il Reatino altri 299 nel 2016.
L'Italia, un Paese meraviglioso, ma la cui terra spesso trema.

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