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Prescrizione, ecco la riforma già a rischio

Prescrizione, ecco la riforma già a rischio

Prescrizione, ecco la riforma già a rischio

TORONTO -Nel 2016 la Corte Suprema del Canada, nel caso di R. v. Jordan, emise una sentenza breve, semplice e chiara.

Nei casi penali (criminal) decise che i processi non possono durare in eterno e quindi impose limiti: 18 mesi per i casi pendenti davanti alle corti provinciali e 30 mesi per i casi più complessi davanti alle corti superiori.

Aggiunse un avvertimento. Poiché i ritardi violano la Carta dei diritti dei cittadini (Charter of Rights and Freedoms) sono esclusi quelli causati dall’accusato.

Trascorsi i tempi stabiliti dalla Corte Suprema se i processi non sono iniziati, l’azione penale decade, cioè muore.

I giudici, gli avvocati e specialmente i procuratori devono rimboccarsi le maniche e muoversi entro i tempi fissati dalla Corte Suprema. Il sistema funziona.

Essendo i processi civili iniziati dalle parti, i limiti sono generalmente di due anni.

Nessuno si è stracciato le vesti spaccando il pelo in quattro per discutere i pro ed i contro della sentenza della Corte Suprema.

Facciamo un passo avanti ed approdiamo a Roma, la patria del diritto, secondo la retorica nazionale.

Per anni la prescrizione in Italia scattava dopo quindici anni. Data la pachidermica durata dei processi, i più lunghi di Europa, la prescrizione scattava raramente.

Entra in scena Silvio Berlusconi con le sue numerose grane giudiziarie e, nel 2005 fa approvare dal Parlamento la legge denominata secondo il vezzo italico, lex Cirielli, perché dopo tutti gli emendamenti approvati in parlamento la legge fu talmente travisata che il suo autore, il deputato Cirielli rifiutò di darle il suo nome.

La prescrizione fu ridotta a 5 anni ed ha risparmiato il carcere al meglio (o peggio, secondo il punto di vista) della élite italiana.

L’elenco dei beneficiati della legge è impressionante ed è stato soggetto di un recente libro dal significativo titolo: La Repubblica degli impuniti.

Incontriamo vecchie e nuove conoscenze, oltre ad Andreotti, troviamo Silvio Berlusconi (finanziamento illecito, corruzione, falso in bilancio).

In buona compagnia con l’ex editore de La Repubblica Carlo De Benedetti, ci sono l’editore de Il Messaggero Francesco Gaetano Caltagirone, l’editore de Il Tempo Domenico Bonifaci, l’industriale Gianpiero Pesenti, un tempo re del cemento, uomini chiave della Fiat come Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, il multimilionario svizzero Stephan Schmidheiny, padrone di Eternit, responsabile della morte o di malattie di oltre mille lavoratori e cittadini della città di Casale Monferrato esposti all’amianto.

Trovano posto nell’elenco troppo lungo per essere esauriente numerosi parlamentari ed ex parlamentari accusati di un nutrito florilegio di reati,ma tutti beneficiati dalla legge di Berlusconi.

Tra essi troviamo il fondatore della Lega Umberto Bossi, quello di Roma Ladrona (truffa aggravata sui rimborsi elettorali (49 milioni di euro che la Lega restituirà con comodo in 90 anni). Gli fanno buona compagnia Denis Verdini (corruzione), Alberto Tedesco (associazione a delinquere), Alfonso Papa (P4), Antonio D’Ali’ (concorso esterno in associazione mafiosa).

Ci troviamo persino Beppe Grillo il fondatore del Movimento Cinque Stelle.

Tutti l’hanno fatta franca, confidando nel codice, nei giudici e nelle lungaggine del processo anche se presi con le mani nel sacco o persino se hanno ammesso i reati. Il Movimento 5 Stelle ha fatto approvare una legge per abolire la prescrizione dopo la sentenza di primo grado per tutti.

La legge è entrata in vigore il primo gennaio. Dovrebbe, ma è dubbio che avvenga. Si ha l’impressione che mentre tutti, ma proprio tutti, si affannano a parole a dirsi d’accordo sull’indegnità del presente sistema di prescrizione, siano in atto manovre “trasversali” (un eufemismo per dire tutti) perché nulla cambi.

Giovanni Maria Flick ex ministro della Giustizia e Presidente emerito della Corte Costituzionale in una dotta intervista suggerisce che la riforma è sbagliata per il metodo usato e non per il principio, ma bisogna fermarla perché non c’è un accordo su come riformare la giustizia per rendere i processi più veloci e più snelli.

Si dovrebbe guardare al sistema nel suo insieme e sarebbe da ripensare interamente il tema dei processi ed il sistema andrebbe riformato in tre step (in inglese): depenalizzazione, ripensamento dei riti alternativi, più efficiente riorganizzazione degli uffici. Ottime idee senza dubbio per dire che bisogna ricominciare tutto daccapo.

Ed intanto rimane la riforma Berlusconi che ha salvato dalla galera se stesso e la creme della creme della élite dei potenti, mentre i poveracci che rubano in un supermercato vanno in galera. Ed intanto i sofisti discernono, discernono, discernono e tutti (loro) sono felici e contenti.