CorrCan Media Group

Columbus Centre: Ariemma: “Questo matrimonio non s’ha da fare”

Columbus Centre: Ariemma: “Questo matrimonio non s’ha da fare”

TORONTO – Le parole usate da Paul Ariemma per descrivere gli eventi che hanno portato alla nascita del Columbus Centre sembrano quasi riportarci a quegli anni. La voglia di fare, di unire le proprie forze per realizzare il progetto, di sentirsi semplicemente italiani senza campanilismi di sorta, l’orgoglio delle proprie origini, la sfida da vincere: la lettera di Ariemma, che è stato executive director dell’Italian Canadian Benevolent Corporation (ICBC), è un viaggio ideale nel passato, un viaggio laborioso all’interno di un progetto, un sogno realizzato grazie alla volontà di tutta la comunità italocanadese. Oggi, di fronte alla prospettata demolizione del Columbus Centre, Ariemma è molto amareggiato. Così come lo è Anthony Fusco, uno dei fondatori: in una delle prossime edizioni del Corriere pubblicheremo anche la lettera di Fusco. 
 
Il mio coinvolgimento con la nostra comunità o più precisamente con affari comunitari cominciò nel 1971, quando entrambi, mia moglie Virginia e io, cominciammo a lavorare per la Federazione delle Associazioni e Clubs Italo-canadesi (FACI). Villa Charities e la precursore organizzazione l’Italian Canadian Benevolent Corporation (ICBC) non esistevano ancora.  La FACI stessa era agli albori della sua esistenza. Allora già esistevano la CIBPA (Canadian Italian Business and Professional Association), la Italian Chamber of Commerce, il Costi, l’Italian Immigrant Aid Society e numerose associazioni e club originati dalla nostalgica e fiera appartenenza ad un paese o regione in Italia. 
Ma in verità, la comunità non era coesa.  Il campanilismo era la forza motrice di quel tempo. Non vi era ancora la visione di un progetto che potesse essere abbracciato da tutta la comunità italo-canadese.  Da quel lontano 1971, dalla FACI alle organizzazioni successive sono stato il direttore esecutivo fino al 1984 dopo la realizzazione di Villa Colombo, Columbus Centre e altri progetti comunitari.
Non fu semplice iniziare quel percorso. L’idea di una casa di riposo per gli anziani era vista da molti come il ripudiare la tanto decantata tradizione nostrana di prendersi cura dei propri genitori che purtroppo spesso non trovava e non trova riscontro nella realtà quotidiana.  
Con i proventi di una modesta lotteria i cui biglietti vennero venduti porta a porta, si cominciarono a gettare le basi per il primo progetto della nuova ICBC: Villa Colombo.  In inglese si direbbe ‘it was an uphill battle’ con numerosi ostacoli da superare, inclusi pregiudizi, sospetti, e a volte ingiustificabile antagonismo. Ma con perseveranza e soprattutto forti della validità dell’idea, si continuò a progredire inventando nuovi  e immaginativi modi per promuovere e raccogliere fondi per il progetto.  
Si ottennero contributi istituzionali, ma molto più importante fu il contributo della comunità.  Da Pavarotti a Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Domenico Modugno, Jerry Lewis, Tony Bennet e numerose altre celebrità parteciparono  a eventi per la raccolta fondi.  L’immaginazione non scarseggiava, crociere, tornei di golf, bazar, maratone televisive che raggiunsero la quota più alta per i telethon di quei tempi e una miriade di altre attività, contribuirono a solidificare l’immagine della ICBC e a procurare i fondi per i progetti.  I media furono di grande aiuto.
Si  doveva fare di tutto: eravamo chef, cuochi, camerieri e lavapiatti.  Chi poteva permettersi di assumere i consulenti! E poi, con tutto il rispetto, come potevano tecnici delle pubbliche relazioni percepire e comunicare il vero senso dello spirito che muoveva coloro che stavano per intraprendere il grande progetto della nostra comunità?
Lo spirito di coloro che hanno creduto in quell’idea e che generosamente hanno dato tanto di sé, del proprio ingegno e delle loro risorse tecniche ed economiche. Troppi per poterli elencare in queste poche righe.  Ho avuto il grande privilegio di lavorare con questi individui lungimiranti che mi hanno dato l’opportunità di fare la mia parte nella realizzazione di ciò che oggi è oggetto di tante dispute contrapposizioni, diffidenza e inquietudine.  
Sarebbe necessario vergare decine e decine di pagine per poter descrivere adeguatamente le vicissitudini ed i trionfi che hanno portato alla realizzazione delle opere comunitarie di quella che oggi è Villa Charities.  Ma una cosa molto semplice si può, anzi si deve dire ad alta voce: Il Columbus Centre e le altre opere di Villa Charities sono nate dalla comunità e appartengono alla comunità.  Sia coloro che hanno donato somme importanti sia i tanti che hanno dato anche il più piccolo contributo, lo hanno fatto a nome della comunità e per la comunità.  
La raison d’être di queste opere è servire la nostra e le altre comunità e mettere in evidenza per tutti la bellezza e il valore della nostra cultura e le nostre tradizioni.  In fondo, è uno scopo semplice, ma che non si può raggiungere mantenendo le porte chiuse, dialogando tramite intermediari o sovrapponendo interessi estranei.
Non sto semplificando troppo.  Sono perfettamente conscio che per poter raggiungere gli obiettivi prefissi è necessario avere risorse adeguate. Ma se il conseguimento di obiettivi economici contrasta e aliena la vera ragione d’essere di Villa Charities, se distorce la visione dei fondatori al punto di renderla irriconoscibile, allora tutto ciò che è stato fatto va in fumo.
Così pure se si opera senza trasparenza non ci si può aspettare che la comunità continui a supportare l’organizzazione e i progetti futuri.  La fiducia si può solo raccogliere se data.  La più grande sfida dei primi anni con l’ICBC fu proprio questa: meritare la fiducia della comunità.  
Il mio amico Anthony Fusco (non uno qualsiasi, ma uno dei fondatori!) ha chiesto a Villa Charities delle informazioni che sono a mio avviso molto importanti, essenziali per cominciare ad aprire le porte. La sua richiesta è rimasta lettera morta.  Forse ancora una volta i dirigenti sono dell’opinione che sia “None of your F…ing business”.  Miopia intellettuale.  Non è buon segno poichè senza la trasparenza si alimentano contrapposizione e diffidenza. 
Sì, immaginiamo il futuro ma cosí come stanno le cose, usando le parole dei bravi di Don Rodrigo nei Promessi Sposi: “questo matrimonio non s’ha da fare”. 
 
Paul Ariemma
 
More in Italia