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Alle Regionali il fattore chiave sono stati i candidati, non i partiti

Alle Regionali il fattore chiave sono stati i candidati, non i partiti

Alle Regionali il fattore chiave sono stati i candidati, non i partiti

TORONTO – Chi si aspettava un terremoto politico in Italia si è sbagliato di grosso. Perché l’istantanea che ci arriva dalle elezioni regionali 2020 presenta alcune costanti che si sono ripetute praticamente in tutte le Regioni dove si è votato, ad eccezione delle Marche.

Il vero significativo elemento in comune è la prevalenza del voto degli elettori al candidato e non al partito. Luca Zaia in Veneto, Giovanno Toti in Liguria, Michele Emiliano in Puglia e Vincenzo De Luca in Campania hanno raccolto il consenso ben al di là degli steccati tradizionali del loro elettorato.

Il caso del governatore veneto, confermato alla guida della Regione per la terza volta, è emblematico. Quello di Zaia è un successo travolgente, per quanto annunciato. Il governatore uscente vince il suo terzo mandato superando la soglia bulgara del 75%.

Impressionante è anche il dato della sua lista, che raccoglie da sola il 45%, un risultato senza precedenti che lascia le briciole non solo agli avversari (con il primo degli inseguitori, Lorenzoni, fermo sotto il 16%) ma anche le liste alleate, a cominciare dalla Lega che non arriva al 16%. Zaia, in sostanza, ha triplicato i voti del suo partito. Ad incidere sul voto, probabilmente, anche la gestione della crisi Covid- 19 da parte del governatore.

Una dinamica simile la possiamo trovare anche in Liguria e in Puglia. Nella prima il governatore uscente Toti si riconferma, e lo fa bene, con il 56% dei voti. Anche in questo caso la lista più votata è proprio quella del presidente (Cambiamo! che sfiora il 23%).

Come in Umbria un anno fa, anche in Liguria l’esperimento di una coalizione pre-elettorale tra Pd e M5S si rivela un fallimento nell’unica Regione in cui era stato tentato, con il giornalista Ferruccio Sansa che non arriva al 39%.

In Puglia si prevedeva un testa a testa serrato, ma alla fine anche Michele Emiliano, come gli altri governatori uscenti, ha vinto nettamente, con oltre 8 punti su Raffaele Fitto. A favore di Emiliano – oltre, evidentemente, a un finale di campagna elettorale particolarmente riuscito – ha giocato l’elevato numero di liste (ben 15, contro le 5 di Fitto) della sua coalizione, e di conseguenza il vero e proprio esercito di candidati a caccia di preferenze che si è ritrovato.

In Campania De Luca stravince, e lo fa in misura persino superiore alle attese, con un 68% con cui “polverizza” l’avversario Stefano Caldoro, candidato di un centrodestra che in Campania è come “evaporato”, con nessuna lista che va molto oltre il 5%.

Il centrodestra ha perso la sfida più importante in Toscana. Sembrava difficile che con Eugenio Giani il Pd potesse ripetere “l’impresa” di Bonaccini in Emilia-Romagna, eppure anche questa volta – e con una mobilitazione in extremis degli ultimi giorni – il centrosinistra è riuscito a tenere la seconda delle sue “roccaforti” nel Centro Italia.

Nonostante un equilibrio fotografato dai sondaggi fino all’ultimo, Giani stacca di ben 8 punti (48 a 40) la sua giovane sfidante leghista Susanna Ceccardi.

Solo nelle Marche il peso del partito – Fratelli d’Italia – sembra aver recitato un ruolo decisivo sull’esito finale. Le Marche sono la seconda “regione rossa” a cadere, passando nelle mani del centrodestra dopo decenni di vittorie progressiste.

Il candidato di Fdi Francesco Acquaroli, già sconfitto 5 anni fa, stavolta vince sfiorando il 50% e con oltre 10 punti di vantaggio su Maurizio Mangialardi, candidatosi al posto dell’uscente Luca Ceriscioli su cui il Pd non ha voluto investire per tentare una riconferma. Qui è buono il risultato della Lega, che supera il 22%, ma il primo partito della Regione è il Pd, con il 25,1%.