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L’omicidio di Devan: quando il bullismo uccide

L’omicidio di Devan: quando il bullismo uccide

TORONTO – Il barbaro omicidio del 14enne Devan Bracci-Selvey ha turbato le coscienze di tutti noi. E ci siamo domandati il perché di questa crescente gratuita violenza proprio tra i più giovani. Il Corriere Canadese ha chiesto al dottor Giorgio Ilacqua, psicologo – che da anni esercita qui in Canada – quali siano le radici e le motivazioni che spingono gli adolescenti a comportamenti di tale cieca violenza.

Dottor Ilacqua, perché il bullismo è un fenomeno in aumento tra i giovani?
“Il bullismo è un comportamento violento e deliberato, protratto nel tempo con vittime considerate vulnerabili e incapaci di difendersi. È un comportamento di gruppo tipico in gruppi sociali chiusi, come scuole, chiese, prigioni e simili. La scelta della vittima non è casuale. Il comportamento violento è mantenuto dall’anonimità verso la vittima e dal desiderio di aumentare il proprio stato sociale con gli altri partecipanti. Il comportamento è progressivo e può partire dalla battutina pungente per arrivare all’omicidio, come nel caso di Devan in Hamilton. Dal punto di vista dei “bulli” il gioco diventa una strategia per aumentare il prestigio sociale agli occhi degli altri, in un gioco relativamente non rischioso, ma con un alta possibilità di portare a casa un riscontro sociale, contro una vittima senza la capacità di difendersi. Per la vittima il bullismo può diventare una condanna a vita con poche speranze di uscirne, se non cambiando scuola o città o diventare dei “bulli” loro stessi”.

Qual è l’ambiente in cui si sviluppa maggiormente il bullismo?
“Una storia purtroppo comune è che un adolescente ha smesso di essere la vittima quando ha cambiato la sua posizione sociale e diventa un persecutore lui (o lei) stesso: “ho imparato a difendermi.” Purtroppo il caso di Hamilton non è unico, basta guardare agli USA. Nei casi come Devan non si deve parlare solo delle vittime di omicidio, ma bisogna tenere presente le altre vittime che direttamente o indirettamente si sono suicidate, o che non sono riuscite a finire la scuola a causa del bullismo. In genere, gli aggressori e le vittime del bullismo sono conosciuti dagli altri ragazzi, dai genitori e dalle autorità scolastiche; la domanda che ci resta è “come mai non ci sono mezzi d’intervento preventivo?””.

Cosa dovrebbero fare scuola, istituzioni e famiglie per prevenire il dilagare del bullismo?
“La nostra società ha la capacità di cambiare i comportamenti sociali, basti pensare al al fumo, al guidare in stato di ebrezza o alle attitudini nei confronti delle donne o delle tante minoranze. Interventi legislativi forti, con una forte componente rieducativa – come nel caso di violenza familiare – sono interventi necessari e ormai dovuti. La vicenda di Hamilton è un dramma con solo vittime; oltre a Devan, bisogna tenere in mente quante altre persone direttamente e indirettamente soffriranno per questo atto di violenza. Le famiglie della vittima e dei giovani ora davanti al giudice, la qualità della vita degli altri adolescenti vicini alla vittima e agli accusati, i compagni di scuola, i vicini di casa… insomma, un vero e proprio bollettino di guerra”.

Che strascichi lascia il bullismo nella mente di chi lo subisce?
“La completa gravità delle conseguenze psicologiche per le persone coinvolte in questo atto di violenza si vede solo nel lungo termine. Le persone coinvolte sono probabilmente ancora in stato di shock e non hanno avuto il tempo necessario per analizzare quello che è successo o per apprezzare compiutamente le conseguenze per se stessi e per gli altri. Il primo intervento offerto agli studenti della scuola di Hamilton è lodevole, ma dovrà essere seguito nel tempo. Un pensiero finale deve essere dedicato ai giovani davanti al giudice. Le terapie di recupero ci sono e sono e.caci (il Canada è uno dei paesi all’avanguardia nelle terapie di recupero), ma queste devono essere implementate sia a livello degli istituti di recupero, per poi essere mantenute nella comunità. Al momento ci sono ancora troppe variabili non chiare al riguardo delle persone accusate che dovranno essere elucidate; ad esempio l’uso di droghe, la presenza di altri comportamenti violenti o limitazioni mentali.”

Giorgio Mitolo

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