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La xenofobia rampante: un dramma che noi conosciamo

La xenofobia rampante: un dramma che noi conosciamo

Iniziamo oggi la serie sull’immigrazione che abbiamo preannunciato nei giorni scorsi. L’inchiesta, a firma di Odoardo Di Santo, ripercorrerà alcuni dei tratti più importanti della storia dell’immigrazione italiana in Canada.

Toronto – Come oggi, cento anni fa l’emigrazione degli italiani era  un sogno verso un futuro migliore, verso terre ignote, in molti casi tradito dalla realtà. Eppure per molti italiani sembra che quel mondo non sia mai esistito. Sarebbe tuttavia opportuno conoscere meglio la grande emigrazione Italiana e capire e rispettare con amore i nostri antenati, i nostri nonni, i nostri padri che partivano senza conoscere le terre dove sarebbero sbarcati.

Specialmente nei nostri tempi, perché, mai come ora, gli  emigrati da molti vengono considerati il capro espiatorio di tutti i mali del mondo, sull’onda di una xenofobia rampante, alimentata  dalle politiche razziste di Trump in America, come pure da fenomeni populisti e movimenti anti-sistema d’Europa, sintomo peraltro di un malessere sociale diffuso, ma non solo.
Sono fenomeni preoccupanti auspicabilmente limitati a gruppi minoritari, cui sono contrapposti molti  aperti all’accoglienza. Organizzazioni come Caritas fanno del meglio per assistere i senzatetto. 
Medici senza frontiere, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Giovanni XXIII e tante altre organizzazioni, come pure privati individui, dedicano volontariamente lavoro e tempo all’accoglienza dei rifugiati e all’assistenza dei poveri della terra.
È un quadro complesso certamente, tuttavia fa riflettere sia la montante xenofobia come pure l’atteggiamento di certi italiani che sembra abbiano dimenticato la nostra storia ed il nostro passato di emigranti.
Spontanea viene la domanda: “È possibile che ci siano italiani che hanno dimenticato chi eravamo, quando gli emigranti eravamo noi? Che la memoria non ci rammenti il nostro passato prossimo, quando i nostri nonni e padri andavano a cercare lavoro nel mondo, vittime delle stesse sofferenze, sfruttamento e angherie degli emigrati e rifugiati di oggi?”
Ma chi eravamo noi allora? Aiuta la riflessione sul passato un piccolo raro volume pubblicato dalla Fondazione del Corriere della Sera che raccoglie le cronache di un viaggio del suo Inviato Eugenio Balzan in Canada nel 1901, a quel tempo dipinto dagli “agenti di collocamento” e dalle compagnie di navigazione come la terra promessa o come “the last best West” dopo la chiusura del West Americano, dalla propaganda del Ministro Canadese Sifton interessato a reclutare coloni per dissodare le praterie.
Gian Antonio Stella autore di coraggiosi libri di indagine e di denuncia, tra cui il volume “Quando gli Albanesi eravamo noi”, presentando il libro suggerisce che “bisognerebbe studiarli nelle scuole quei vecchi articoli ingialliti eppure cosi lucidi ed attuali e leggerli in TV e diffonderli nelle adunate dei partiti xenofobi ed in certe osterie padane dove vengono ripetute da anni, contando sulla credulità e l’impreparazione della gente, le stesse stupidaggini. E cioè che l’emigrazione dei nostri nonni era completamente “diversa” da quella degli emigrati di oggi in Italia, perché i nostri andavano “coi documenti in regola e ligi a tantissime regole” in paesi dove “c’erano tantissime offerte di lavoro” e “tantissimo spazio per tutti e dove ci accoglievano a braccia aperte”.
All’inizio del 1900 l’Italia non era quella di oggi. Per illustrare le condizioni d’Italia, Stella cita la Commissione di indagine di Stefano Jacini che, alla fine degli anni 1870 scriveva: “che in vastissime plaghe delle sue campagne la denutrizione era la regola, che la malaria infieriva nelle regioni del Sud e la pellagra in quelle del nord e che le vittime di queste malattie si contavano ogni anno a migliaia.
Seppe delle case-tugurio, dei bambini costretti al lavoro in acerbissima età, dell’analfabetismo  e della degradazione, ma la denuncia non ebbe seguito.” Stella cita il caso della provincia di Treviso oggi benestante, ma immemore delle condizioni di miseria del passato e oggi ostile agli immigrati “troppo sporchi”.
Di Treviso Jacini scriveva: “Ogni sorta di immondizia dal pattume delle case agli avanzi di cibi, dallo sterco degli animali a quello dell’uomo è raccolta nelle vie intorno alle case e vi è quasi rispettosamente conservata; in qualche sito si giunge fino a spargere ad arte del fogliame oppure dei ricci di castagne perché, parte con l’aiuto dell’acqua piovana e parte con quello dei passanti, il materiale si maceri, fermenti e si converta in letame”.
Da queste condizioni,di povertà e sottosviluppo verso un futuro migliore partivano gli emigranti italiani.

 

(segue)