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Emigrare oggi vuol dire “costruire un nuovo senso di appartenenza”

Emigrare oggi vuol dire “costruire un nuovo senso di appartenenza”

Emigrare oggi vuol dire “costruire un nuovo senso di appartenenza”

TORONTO – Emigrare comporta sempre un carico psicologico non indifferente in chiunque faccia la coraggiosa scelta di trasferirsi in un altro Paese, lasciando la propria terra e le proprie radici familiari, per cercare altrove la propria realizzazione professionale e sociale.

Il Corriere Canadese ha chiesto alla dottoressa Giulia Salerno, psicologa e psicoterapeuta, autrice del libro “Trasferirsi all’estero: superare le difficoltà e vivere la vita che vogliamo”, cosa significhi oggi emigrare.

A quale tipo di sollecitazioni psicologiche viene sottoposto chi si trasferisce a vivere all’estero?

“Trasferirsi all’estero è un cambiamento radicale che mette alla prova l’espatriato sotto tutti i punti di vista. Ciò che maggiormente ha un impatto a livello mentale ed emotivo è la separazione dai legami di sempre, l’iperstimolazione legata alle novità del nuovo ambiente e le differenze che a mano a mano si scoprono tra il nuovo contesto e quello a cui eravamo abituati. E’ normale quindi sentirsi tristi, agitati e nervosi. Serve tempo e impegno personale per elaborare le separazioni, tranquillizzarsi in un Paese nuovo e accettare una realtà diversa”.

Quali sono gli ostacoli che maggiormente incidono sulla psiche di un emigrante?

“Più che di ostacoli mi piace parlare di sfide, l’ostacolo è qualcosa che ci mette i bastoni tra le ruote, la sfida invece è uno stimolo per crescere ed evolvere. In questo senso, la prima sfida che ci troviamo ad affrontare è la lontananza dalla famiglia e il mantenimento dei nostri legami a distanza. Parallelamente, dobbiamo costruirci una nuova rete sociale, con tutte le difficoltà che questo comporta perché ricominciamo da zero e ci confrontiamo con persone di diversa nazionalità. Collegato a questo punto abbiamo l’adattamento culturale, e quindi la comprensione, l’apprendimento e l’integrazione di nuovi modi di vivere, caratteristici di quel particolare contesto. Vivendo in un nuovo Paese ci troviamo a riconsiderare anche la nostra identità e a costruire un nuovo senso di appartenenza. Infine, ultime ma non ultime, abbiamo le sfide legate al nuovo lavoro e all’apprendimento della lingua, quindi le difficoltà rispetto al nuovo contesto lavorativo con le sue regole e peculiarità e ai possibili blocchi relativi al parlare e al farsi capire in una lingua diversa dalla nostra”.

In che modo chi emigra può provare a sopperire al carico psicologico che il distacco dalle proprie radici comporta?

“Cambiare Paese è uno sradicamento, quindi un po’ come una pianta che è stata travasata, siamo inseriti in un nuovo ambiente e cerchiamo di riadattarci. Quando viviamo all’estero ci può mancare molto qualcosa in cui riconoscerci, di familiare che ha significato per noi e che ci conferma alcuni aspetti della nostra identità. Da espatriati possiamo fare tre cose per trovare un equilibrio e vivere più sereni: 1) Prenderci cura del distacco e delle nostre ferite, esprimendo e condividendo i nostri dolori e le nostre emozioni; 2) Tenere vive le nostre radici celebrandole con i connazionali (sia all’estero che a distanza) e facendole conoscere alle nostre nuove cerchie amicali (sia locali che expat); 3) Creare nuove radici, quindi altre tradizioni, abitudini e valori, per sentirci in crescita (e non solo bloccati), più appartenenti al nostro nuovo Paese, e per arrivare ad una integrazione creativa tra vecchio e nuovo, passato e presente”.

Altre pubblicazioni della dottoressa Giulia Salerno – autrice della newsletter, “Sbocciare all’estero” – possono essere consultate online sul suo blog “Benessere & Espatrio”.